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Fare esperienza di Gesù Cristo: è possibile oggi?

Come possiamo noi, ora, dopo duemila anni, fare esperienza di Gesù Cristo?
[...] Per rifare dentro la nostra esistenza l’esperienza di Dio in questo mondo, dobbiamo vivere l’esperienza della comunità cristiana, cioè della Chiesa.

Abbiamo visto la volta scorsa che il richiamo ci invita a fare un’esperienza. Ma esperienza di che cosa?

1. Esperienza della comunità cristiana

All’origine della storia del Cristianesimo troviamo della gente comune che ha incontrato Uno che li colpiva, cioè li richiamava. Lo hanno seguito e hanno così compiuto un’esperienza che li ha trasformati, che ha mutato il corso della loro vita. Rileggi il primo capitolo di S. Giovanni, 35-51: quella gente ha fatto esperienza di Gesù Cristo, di quell’uomo che era il Dio incarnato.
Ma come possiamo noi, ora, dopo duemila anni, fare esperienza di Gesù Cristo?
Un bambino, crescendo, diventando adulto, invecchiando, cambia il modo di vivere, il volto, l’aspetto, eppure è sempre la stessa persona. Così, il modo, il volto, l’aspetto esteriore con cui la realtà di Gesù Cristo si presenta a noi duemila anni dopo è diverso da quello con cui la stessa realtà si presentava ai primi discepoli.
Fin dall’inizio, il modo di prendere contatto con Lui non era appena quello di vederLo di persona: c’era anche un altro modo, quello di ascoltare i suoi discepoli. Confronta Mt. 10; Giov. 20. La figura di Cristo nella storia dell’uomo si presenta anche con il volto e l’aspetto dell’insieme delle persone che Lo seguono, col volto e con l’aspetto della comunità cristiana. «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (Atti, IX, 4): così S. Paolo si sentì chiamare mentre era in viaggio per perseguitare la comunità cristiana di Damasco. Da questa rivelazione nacque nella sua anima geniale lo spunto per quel concetto che poi svolse in tutti i suoi scritti: il Corpo Mistico di Cristo.
La comunità della Chiesa è dunque il volto che la realtà di Cristo assume nella nostra vita. Cristo era veramente uomo; aveva fame e sete, a volte era così stanco da dormire anche in una barca sballottata dalla tempesta, ed è veramente morto. Analogamente, la Chiesa è fatta di noi, talmente uomini che il primo Sacramento del cammino è la Confessione.
Questa comunità, fatta di uomini come noi, si è diffusa in tutte le parti del mondo. Attraverso questa realtà umana, Dio si comunica a noi: è questo il valore della Chiesa.
«Non chiedo che Tu li levi dal mondo, ma che Tu li guardi dal male. Come Tu hai mandato me, così io mando essi. Né soltanto per questi Ti prego, ma prego anche per quelli che crederanno in me per la loro parola: che siano tutti una sola cosa come Tu sei in me, Padre, ed io in Te; che siano anche essi una sola cosa in noi affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato» (Giov. XVII, 15, 18, 20, 21): lo strumento della conversione del mondo è dunque l’unità sensibile della comunità cristiana; attraverso essa è il mistero di Dio che torna a proporsi all’individuo e alla società.
Per rifare dentro la nostra esistenza l’esperienza di Dio in questo mondo, dobbiamo vivere l’esperienza della comunità cristiana, cioè della Chiesa. Siamo chiamati a fare esperienza della comunità che Cristo ha lasciato in questo mondo e che ininterrottamente valica i secoli raggiungendo gli uomini e sollecitandoli, come ha raggiunto noi.
Solo sviluppando questa esperienza possiamo compiere la verifica del richiamo cristiano: è questo il dovere supremo della vita per chi ha sentito tale richiamo anche una sola volta.

Osservazione
- L’incontro con la Chiesa è l’incontro con una realtà obbiettiva, con un fatto fisicamente percepibile, e che non ha nulla da invidiare alle componenti umane dell’incontro con il padre, la madre, la famiglia, gli amici.
Possiamo avere delle idee e opinioni che prendono lo spunto da verità cristiane; ma esse non sono ancora la vita cristiana che dobbiamo sperimentare. Siamo chiamati ad aderire, a partecipare a una realtà che ci arriva fuori di noi: la comunità obbiettiva.
«Ma come invocheranno uno in cui non hanno creduto? E come crederanno in uno di cui non hanno sentito parlare? Come poi ne sentiranno parlare, senza chi predichi? E come predicheranno se non sono mandati?» Ai Romani, X, 14-15. Solo attraverso la comunità siamo educati alla convinzione e ad una fecondità di opere personali.

2. La comunità nell’ambiente

Questa comunità che fluisce ininterrottamente da Cristo, una, santa, apostolica e universale, questa realtà di Cristo che si prolunga nel tempo e nello spazio, sarebbe per noi come un’astrazione se non emergesse nell’ambiente in cui viviamo.
L’ambiente è quella realtà in cui sei immerso e da cui sei costituito e sviluppato. Bisogna che noi troviamo la comunità della Chiesa dentro quell’ambiente che è il più capace di influenzare la nostra personalità, che è il più decisivo sulla nostra sensibilità.
La comunità cristiana spesso è mancata nelle scuole, nelle Università, negli ambienti di lavoro, luoghi dove viceversa confluiscono tutte le idee e gli atteggiamenti del mondo e da cui tutti siamo influenzati nella nostra mentalità. Occorre che la comunità cristiana sorga in ogni singola scuola e in tutto l’ambiente studentesco perché essa non resti per noi una cosa astratta.
Per questo è sorta la nostra comunità di G.S., che vuol essere il brano della grande Chiesa emergente nell’ambiente della vita studentesca. Essa ci accompagna provvisoriamente in questo momento tipico della nostra vita, e ci educa a contribuire in futuro alla più grande comunità di cui essa è un aspetto particolare.

3. L’autorità

La realtà cristiana non è stata formata da un genio umano, ma dalla potenza stessa di Dio. «Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà, per questo il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» (Luca, I, 35). E’ Dio che prende l’iniziativa, è Lui che fa: noi dobbiamo soltanto seguire.
Proprio perché si tratta di una realtà obbiettiva, realizzata da Dio, la caratteristica fondamentale del vivere la comunità della Chiesa è la convinzione che essa non è un’opera nostra, ma le dobbiamo innanzitutto obbedienza.
Così, anche per quanto riguarda la comunità cristiana d’ambiente, la sincerità e la fedeltà nell’aderirvi serviranno ad educarti alla obbedienza profonda che devi alla Chiesa. Nella misura in cui seguirai, scoprirai una tua personale ricchezza e fecondità che non avresti mai osato sperare.

4. Come partecipare alla comunità

Dobbiamo stare attenti ad evitare questi difetti fondamentali:
1. Concepire la comunità solo come uno spettacolo o una medicina. «Non so cosa fare, e allora vado là; mi sento giù, e allora vado là.» La comunità è invece un rapporto che devi vivere sempre; deve essere il tuo riferimento, l’ispirazione di quello che concepisci, il paradigma del tuo pensare. E’ un modo di vivere, non qualcosa da fare ogni tanto.
2. C’è poi il pericolo di separare la propria testimonianza dall’appartenenza alla comunità. Allora l’attività cristiana diventerebbe l’espressione di una tua ideologia o di una tua posizione. Tu agisci cristianamente solo nella misura in cui fai riferimento, implicito od esplicito, alla comunità, nella misura in cui conduci ad essa, segui quello che essa ispira.
3. E’ un errore guardare la comunità d’ambiente come un punto d’arrivo, come fine a se stessa. Ciò ti rende incapace di andare avanti, ti blocca come ogni altra cosa.
La comunità è invece una strada, che ti deve spingere alla funzione che hai nel mondo, al mistero del compimento del Regno di Dio attraverso te (questo è vero anche per la famiglia e per ogni strumento educativo: devono essere introduzione e spinta).
La comunità è dunque tanto più valida quanto più ti spinge ad andare verso un destino che è solo nel mistero delle trame di Dio.

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