La morte delle domande – “Crepuscolo”, di John W. Campbell
- Autore:
- Fonte:
John W. Campbell, l’autore del racconto “Crepuscolo” (1934), conosciuto anche come “Sette milioni di anni”, non era anzitutto uno scrittore. La sua fama imperitura nel campo della SF è legata al suo lavoro di “talent scout”, che gli ha permesso di scoprire e lanciare, dalle pagine della rivista “Astounding Science-Fiction”, talenti del calibro di A. E. van Vogt, Isaac Asimov, R. A. Heinlein, Fritz Leiber, Theodore Sturgeon. Come mai uno dei suoi racconti, “Crepuscolo” appunto, figura allora nella classifica dei 15 capolavori di ogni tempo in campo fantascientifico?
Forse narrare la storia può introdurci alla risposta.
Negli sterminati spazi del West (siamo nel 1932), Jim Bendell trova sul ciglio della strada, semisvenuto, uno strano personaggio: alto, atletico, di una bellezza straordinaria, vestito di uno strano tessuto argenteo simile alla seta.
Si tratta - Bendell lo scoprirà ascoltandolo – di un viaggiatore del tempo, proveniente dal 3059 e sbalzato suo malgrado, poco prima di giungere nel XX secolo, sette milioni di anni nel futuro.
Gran parte del racconto è occupato dalla drammatica testimonianza di Ares Sen Kenlin, il cronoviaggiatore, che si è trovato al crepuscolo della storia dell’umanità.
Che cosa ha trovato Ares?
“Crepuscolo. Il sole è tramontato. Fuori il deserto, con i suoi colori arcani e cangianti. La grande città di metallo che s’innalza con le sue mura dritte fino a collegarsi con la città umana che le sta in cima, interrotta da guglie, torri e giganteschi alberi dai boccioli fragranti. E tutta la grande struttura cittadina pulsa e romba al battito ininterrotto e gentile delle macchine, immortali e perfette, costruite più di tre milioni di anni prima… e mai toccate da mano umana da quel giorno in poi. E le macchine continuano. La città è morta. Gli uomini sono vissuti, e hanno sperato, e hanno edificato, e sono morti, lasciando dietro di sé quei piccoli uomini che possono soltanto meravigliarsi, e guardarsi intorno e desiderare un tipo di compagnia che hanno ormai dimenticato… piccoli uomini privi di speranza, che vagano tra macchine immense, ignare e cieche, che iniziarono a funzionare tre milioni di anni prima… e che non hanno mai saputo come fermarsi…”.
Ares Sen Kenlin vive suo malgrado l’agonia della stirpe umana: “piccoli uomini deformi, dalla testa grandissima… da milioni di anni anche il loro cervello era stato disattivato, e da allora in poi non avevano più pensato”.
Un profondo ronzio di macchine perfette, un vasto e infinito canto di potenza meccanica, una pulsazione rassicurante occupano le città: da milioni di anni le macchine, capaci di autoripararsi e mai soggette ad errori, hanno sostituito completamente gli uomini in tutti i compiti della vita. Ma gli uomini hanno perso la propria umanità: “…si limitarono ad accogliermi cortesemente. Non dimostrarono la minima curiosità! L’uomo aveva perso l’istinto che lo rendeva curioso di conoscere”.
Morte per delega alle macchine, morte per logoramento. Il viaggiatore del tempo ha la possibilità di ascoltare i canti della parabola di decadenza dell’umanità: dapprima l’inno del trionfo della razza matura, che aveva conquistato le stelle ed era progredita senza sosta per cinque milioni di anni; poi il Canto del Rimpianto, infine il Canto dei Ricordi Dimenticati: note strazianti della sconfitta dell’uomo.
Sterilità, solitudine, disperazione… questa la situazione degli ultimi uomini.
Ares prova infinita pietà per loro; ma la soluzione che escogita per aiutarli denuncia tutta la debolezza di una ideologia sotterraneamente condivisa: non sa fare altro che programmare una macchina perché costruisca “ciò che l’uomo ha perduto: una macchina capace di curiosità”.
Questa storia, che è fortemente debitrice a “La macchina del tempo” di H. G. Wells, mentre acutamente fa coincidere la morte dell’uomo con la morte della domanda sul reale, ha una frase terribile che fa da spia sulle cause di tale sfacelo: in sette milioni di anni le costellazioni sono cambiate, la Terra è ruotata in zone sconosciute della Galassia: “Il cielo era vuoto”.