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The Passion: Un agnello mansueto condotto al macello.

Autore:
Zappa, Gianluca
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
Un agnello mansueto condotto al macello. Questo è il Gesù di Gibson.

Franco Zeffirelli, che l'ha definito "bassa macelleria", non volendo ha centrato un aspetto importante di questo film. Che è un'opera d'arte e che è già entrato di diritto nella storia del cinema.
Sì, è veramente un "macello", quello che ho visto sul grande schermo, ma non mi sono scandalizzato più di tanto, anzi, dopo la visione non sono certo i litri di sangue versati, né le ferite, le crudeltà, le battiture, le tumefazioni, le violenze, e nemmeno i famosi quindici minuti di flagellazione che mi sono rimasti dentro. Nel film c'è ben altro, ed è questo di cui vorrei parlare.
Alcune scene, innanzi tutto. Giuda che restituisce i trenta denari ai sommi sacerdoti: vedi e percepisci la disperazione di un uomo che ha tradito e che si è pentito; e lì ci sono io, ci siamo noi. Tutti. Poco dopo tocca a Pietro: e lì c'è la nostra debolezza, la nostra paura, la viltà, la codardia davanti alla verità.
Gli sguardi di Gesù: è l'Onnipotente che si umilia, è Dio che si consegna inerme agli uomini. Lo vedi che è Dio, perché lo sguardo è forte, è sempre vigile e presente, ma è incastonato in un volto martoriato, sfigurato, stravolto ("Io volontariamente offro la mia vita…"). I soldati romani che flagellano Gesù: sono l'uomo che si tramuta in bestia; tocchi con mano la follia insensata del carnefice che lacera le fattezze umane, la risata disperata del boia. La flagellazione è una scena forte, ma non tanto per il sangue e le ferite sul corpo di Cristo (siamo seri, il cinema ci ha abituato a ben altro), quanto per l'orrore disumano con cui il martirio è preparato. E non puoi non pensare ai milioni di martiri, di innocenti che hanno subito nella storia (e soprattutto nell'ultimo secolo) torture atroci e disumane, inflitte a uomini da altri uomini che non erano più tali. E Lui, Cristo, è lì, e soffre per tutti quelli che sono venuti e verranno. Lui è in prima linea, bersaglio di tutto il male del mondo, icona di tutti quelli che soffrono ancora. E la sua mano trema: è un riflesso istintivo, un tic, un sommovimento continuo e imbarazzante causato dal tremendo dolore. Quella mano che trema, che batte continuamente è un particolare che ti rimane dentro, che non ti lascia più. E' Dio, ma è un uomo, uno come me e come te, come noi tutti. Soffre davvero. Non simbolicamente.
Proseguo, per come la memoria mi aiuta. Gesù riceve la croce: la stringe, la bacia, è quasi un gesto d'affetto il suo. Una cosa impensabile. Divina. L'incontro con la Madonna, vetta artistica di tutto il film. Il flash back ti strappa i singhiozzi. E Lui dice alla Madre "Io faccio nuove tutte le cose", mentre è ridotto uno straccio. La grande poesia è essenziale: bastano poche parole, rapide pennellate, per arrivare a profondità inesprimibili. Simone di Cirene: l'uomo che si ribella, che combatte, che non può restare impassibile davanti a tanto strazio. Un soldato romano lo apostrofa con disprezzo: "Giudeo!". Quella parola risuona come in bocca a un nazista, con lo stesso accento di odio. Ma è detta contro un uomo buono, compassionevole, pietoso. Dov'è l'antisemitismo tanto sbandierato?
Ho lasciato sicuramente molto. Ma è di altro ancora che vorrei parlare.
Questo film è un'opera d'arte, per una serie di motivi. La fotografia, magistrale. L'alto livello della regia e degli attori: non c'è un volto, un'espressione, una frase che suoni falsa. E poi il ritmo, soprattutto nella prima parte: i continui cambiamenti di scena, il filo della narrazione che si spezza continuamente per poi riprendersi, la sapiente gestione dell'intreccio. Passa via un'ora e non te ne accorgi nemmeno. La scelta coraggiosa e geniale di usare il latino e l'aramaico: due lingue fuori del tempo, inusuali per tutti, che garantiscono l'effetto della verità, dell'immedesimazione, che aggirano il problema delle traduzioni, sempre imbarazzanti e fastidiose, quando si tratta di Vangelo. Il Gesù di Zeffirelli usava giri di parole, ridiceva le frasi evangeliche a modo suo, come tutti gli altri personaggi, del resto. Era urtante. Qui c'è l'essenziale e soprattutto c'è il rispetto assoluto del testo. Grazie Gibson per la tua umiltà. E ancora: la scelta di limitare il racconto a dodici ore. E' fondamentale, perché garantisce al film un'unità di tono, uno "stare sull'argomento" che t'incolla alla sedia. Il "polpettone" sacro è indigeribile e con Gesù non funziona. Gesù è troppo grande. Gibson l'ha capito. E ci ha regalato pezzi di grande poesia coi suoi flash back, che sono forse ciò che più resta di tutto questo film. Perché è in questi inserti (sempre generati da particolari su cui si posa lo sguardo di Cristo, secondo un'intuizione umanissima), è da questi inserti che tutto il "macello" prende significato: "Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue… amate coloro che vi odiano… non c'è amore più grande di chi dà la vita per i propri fratelli…".
Sono tutti questi ingredienti, ed altri ancora, che rendono l'opera di Gibson un prodotto artistico di grande valore. Si potrà discutere sull'opportunità o meno di certe scelte, ma si tratta di dettagli. Se vogliamo essere giusti dobbiamo riconoscergli molti, moltissimi meriti.
A cominciare da quello di avere investito dodici anni della sua vita (e parecchie risorse economiche e finanziare) per regalarci un film che voleva, anche violentemente, costringere il mondo a guardare di nuovo l'Uomo dei dolori e a provare un po' di tenerezza per Lui. E a giudicare dal silenzio che ho percepito in sala durante la proiezione, dagli atteggiamenti che ho sbirciato alla fine, dal numero di coloro che sono rimasti seduti anche dopo, meditabondi, quasi non se ne volessero andare, devo dire che c'è riuscito.
Siamo usciti dal cinema con la stessa compunzione di chi esce da una chiesa. Può bastare?