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The Passion: Un film da guardare con il cuore libero

Autore:
Capasa, Valerio
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione di Cristo: Un film da guardare con il cuore libero.


Chi va a vedere La Passione di Mel Gibson con un cuore semplice, non troverà nulla che abbia a che fare con l'antisemitismo. Bisogna tagliare subito corto su certe stupidaggini e andare direttamente all'essenziale. Al modo cioè in cui noi, ciascuno di noi, può leggere, può guardare questo film. È un film crudo, certamente. Ma il problema è che crudo è innanzitutto il fatto di cui il film parla.
Il primo merito che a Mel Gibson va dato è quello di aver fatto un'opera d'arte, ossia qualcosa che ci sbatte davanti agli occhi un fatto. In un periodo storico in cui il cristianesimo è spesso ridotto a una morale, a una dottrina, a valori, a discorsi, ci sbatte in faccia quell'uomo, i suoi occhi, le sue ferite, la sua libertà, la sua obbedienza, la sua intensità. Ci dice che il cristianesimo è un uomo, ci mette davanti agli occhi quell'uomo. E le parole che la tradizione ci ha consegnato, e che noi pronunciamo con leggerezza, qui acquistano peso. Cosa diciamo quando cantiamo "Ti adoro Redentore, di spine incoronato"? Quando partecipiamo a una via Crucis? Questo film ci fa immedesimare con quei fatti, attraverso il racconto di quella assurda flagellazione, e ci salva dalle parole senza peso a cui siamo abituati, da quell'aria melensa che circonda spesso i discorsi dei cristiani, le processioni, le canzoni delle messe in quello stile laurapausini dei poveri, i fazzoletti arcobaleno e quant'altro. No, questo film non è un bel discorso, accomodante e pacificante: è il racconto di un fatto, crudo come sono i fatti (e come non sono i discorsi). Questo è ciò che l'opera d'arte fa e che ogni lettore o spettatore è chiamato a fare: capire a cosa si riferisce l'opera d'arte, a quale esperienza corrispondano certe immagini e certe parole. Mel Gibson lo ha fatto, facendoci entrare di più dentro quell'esperienza.



Non si può dire di questo film: "mi piace", "non mi piace", perché la questione in gioco è più grossa. Questo non è un film su un argomento qualsiasi, o su una trama inventata, ma sul fatto centrale della storia: un uomo che muore in croce, e che dice di farlo per obbedienza al Padre e per salvare l'uomo, per salvare me. Allora non si può neanche dire: "a me un certo genere di film non piace", "troppo sangue", "no, invece a me piace", perché non lo si può ridurre a un film horror o di un qualsiasi altro genere. Bisogna trapassare il genere. Il punto è piuttosto che quel fatto è accaduto così, e i fatti non si possono scegliere: accadono in un certo modo, più o meno pulito, più o meno assurdo, più o meno crudele, e devi starci di fronte, non puoi far finta di niente, o edulcorare l'inferno del reale nel limbo di un bel discorso, di una bella morale. La realtà è più grossa, ed è più cruda, dei nostri pensieri. Se uno non ha mai fatto caso che la passione di Cristo è stata un fatto così cruento, che uno ha sopportato tutto quello che i Vangeli ci raccontano, per ciascuno di noi, ringrazi Mel Gibson che ce ne fa finalmente rendere conto.
Dare un giudizio su un film vuol dire dare un giudizio sul fatto a cui il film si riferisce (sul referente, si direbbe con linguaggio tecnico). E vuol dire anche dare un giudizio su di sé. Chi è quest'uomo? Che ha a che fare con me? Perché questa sofferenza? Che senso ha? Cosa è cambiato da quando quest'uomo è morto? E perché lui sostiene di essere morto per me? Che problema c'era? E che problema c'è? Senza porsi queste domande, semplicemente non si è visto il film. Non solo non si può giudicare il fatto di cui il film racconta, ma non si può dire niente neanche sul film. Sarebbe come non averlo visto. Se elimini dall'opera d'arte la realtà che sta fuori dell'opera d'arte, diceva Bachtin, non c'è più neanche l'opera d'arte.



La portata di quel fatto è dirompente. Entra come la vita sa entrare nel cuore e nell'intelligenza di chi guarda. Di fronte a tutto il sangue che scorre, viene da dire "basta". Di fronte ai colpi violenti delle flagellazioni, uno dopo l'altro. Si aspettano i flashback, i momenti in cui la faccia di Gesù non è più solcata dal sangue, stravolta dalle torture, con l'occhio destro pestato, e la si può finalmente vedere nella sua solarità, con i due occhi bene aperti, mentre pronuncia quelle parole: "Amatevi gli uni gli altri", "Questo è il mio corpo". Durante i flashback tutti si calmano, prendono fiato. Ho il sospetto che questo accada perché lì la partita è già chiusa, è già stato tutto neutralizzato in un bel discorso, in una bella morale, in un bell'insegnamento: "Ah sì, sì, bisogna volersi bene", "che belle parole", "eh, signora mia, se tutti facessimo così". No! Alla paura per le scene di sangue, dovrebbe invece corrispondere un impeto di fronte alle parole di Gesù, di fronte alla pretesa di quell'uomo. Gesù non è stato un maestro di morale, il cristianesimo non è una dottrina: questo è il cuore del film. È stato un uomo, quel fatto è accaduto, c'è uno che è morto per me, uno che guarda negli occhi quelli che incontra e li legge dentro. Questo non può lasciare tranquilli: non lasciano tranquilli le torture, ma nemmeno la sua pretesa. Senza capire questo nodo, è come se non si fosse visto il film.
Di fronte alla sofferenza di un uomo, così atroce, la maggior parte si ferma a dire: che atrocità, che ingiustizia! Quante ingiustizie, del resto. È stato veramente un uomo eccezionale. Ma non è stato Dio. La sua divinità dov'è? E poi: lui sì che è stato un grande, ma la Chiesa… Come si fa a dire che quell'uomo è Dio? C'è una scena che fa venire le lacrime agli occhi. Gesù sta portando la croce, Maria e Giovanni lo seguono a distanza. Poi si infilano in una stradina per avvicinarsi di più a lui, per superare la folla. Sono su questa stradina che incrocia la via della Croce. Lui sbuca dall'angolo, percosso e allo stremo delle forze: cade. Per Maria, neanche il tempo di notarlo e subito, l'attimo dopo, deve vederlo mentre cade. Si ricorda allora di quando da bambino era caduto una volta in casa, e lei lo aveva soccorso, correndo verso di lui. Correva verso di lui: qui il flashback finisce, e si vede lei che corre verso di lui che porta la croce. Gli si avvicina, si piega a terra. Lui da terra alza lo sguardo verso di lei, quello sguardo così intenso che domina per tutto il film, in tutti gli incontri di Gesù, e le dice: "Vedi, io faccio nuove tutte le cose". Lì dentro, dentro quello strazio che sembra la fine di tutto: "faccio nuove tutte le cose". Ma come si fa a dire così? È una di quelle frasi che dimostrano la verità del cristianesimo, perché è così illogica, così fuori luogo, che non può essere stata pensata da qualcuno dopo. E dimostra anche il genio di Gibson: cosa ha visto lui, cosa ha intuito, che esperienza ha per inserire qui questa frase? Alla sofferenza fisica, alla brutalità, corrisponde un sentimento in noi (ed è troppo poco), ma a questa frase cosa corrisponde? Che esperienza abbiamo di questa novità? È vero che ha fatto nuove tutte le cose?
Una lettura laicista - in realtà dovremmo dire: una lettura irragionevole - passerebbe sopra questa frase. La considererebbe niente, non storica, non verificabile, illusoria, come se il fatto reale, storico, fosse un altro. E invece questa frase sta dentro quel fatto: è sostanziale, non è accessoria. Perché farla fuori? Solo perché non se ne ha alcuna esperienza? Per chi ha un'esperienza, per chi ha visto farsi nuove tutte le cose, per chi ha sperimentato insomma quel ricominciare delle cose nella sua vita, l'irrompere di un avvenimento che ha stravolto tutto e ha fatto nuovo tutto, zampillando nella sterile armonia del prevedibile, e ha fatto fiorire le cose, quella frase è il cuore del film. Ma dove si vedono queste cose nuove? Questa novità? Come si fa a dirlo oggi? Che è come chiedere: dove sono i segni, da dove si vede che veramente è risorto? Nell'esperienza della Chiesa. Se non ci fosse stata la Chiesa, di quel fatto non sapremmo semplicemente niente. Cristo sarebbe stato un grande maestro di morale, come Socrate, ma non un fatto: non uno a cui dare la vita, duemila anni dopo. Se non si ammette questo, non si capisce nemmeno lo stile di Mel Gibson, non se ne esce.
E quell'obiezione dei farisei sotto la croce, quella richiesta di un miracolo su commissione ("scendi dalla croce, se sei il figlio di Dio, e allora ti crederemo"), è l'obiezione nostra: e com'è allora che continuano a esserci le guerre, le stragi, le uccisioni? Se Dio c'è, le facesse smettere, e allora gli crederemmo. Dov'è Lui in tutto questo? Cos'è cambiato da quando è morto in croce? Niente, le ingiustizie ci sono oggi come allora… Ma tutte queste obiezioni - come quella dei farisei sotto la croce - dimenticano il cuore della pretesa di Cristo: lui vuole la libertà dell'uomo, vuole che tu gli aderisca da uomo libero. Non vuole costringerti, non vuole un consenso, una devozione senza ragioni. Vuole la libertà. Se uno non è libero, non crede nemmeno di fronte a migliaia di prove schiaccianti. È la libertà di aderire a lui, la sua libertà di obbedire al Padre, la libertà di Maria nell'accettare il disegno di Dio, il fulcro della storia. Il culmine della storia. Ciò di fronte a cui si piega la storia. Non sta tutto in una investigazione, in una dottrina, in un'idea migliore, in una commozione, ma nella libertà di fronte a quel fatto che chiede tutto di me. "Vedi, io faccio nuove tutte le cose". Ci vuole la libertà per accorgersene. Come per fare un film così. Come per vederlo sul serio. Da uomini liberi.