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"Getsemani" di Charles Péguy

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione vista dai suoi protagonisti



Questa piccola opera, una via di mezzo tra narrazione in prosa e ritmo poetico, ci permette il passaggio alla seconda parte del nostro studio: i personaggi della Passione, o meglio la Passione di Gesù vista e vissuta dai personaggi che i Vangeli menzionano.
Getsemani [1] è uno dei testi più belli di Péguy (1873-1914), eppure è uno dei più sconosciuti; infatti appartiene ad un’opera che rimase inedita alla morte dell’autore, intitolata Dialogo della storia e dell’anima carnale, che vide la luce in libreria solo nel 1955.
Con molta probabilità Getsemani è il frutto di un’esperienza diretta dello scrittore vissuta nella Pasqua del 1910, in un momento di grande travaglio famigliare, affettivo, intellettuale e lavorativo.
Il testo è costruito secondo un climax ascendente che si snoda in quattro tappe. Dopo aver evocato in breve la Passione, egli ritorna su se stesso per fissarsi sull’oggetto proprio della Passione, su ciò che è il significato proprio di quell’Evento.
L’arresto, la comparizione davanti a Caifa e a Pilato, il supplizio, la morte:”Tutto questo non è nulla. È la procedura… Il contenuto stesso della Passione è la morte stessa, la morte comune” e Gesù, Dio fatto uomo, trema davanti alla morte, arretra davanti ad essa e chiede di esserne dispensato. Tutto è pronto, fin dall’eternità, eppure Dio non lo è, esita, chiede che sia allontanato il calice amaro della sofferenza e della morte.
IL secondo momento parte dalla constatazione della fragilità che accomuna Cristo, Dio fatto uomo, e il semplice uomo per giungere all’interpretazione, nuova e inaudita, dell’affermazione: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”; si tratta per Péguy di una «confessione» del Cristo: “Vedete cosa è la nostra carne, e la nostra tentazione. Bisogna vegliare. Bisogna pregare. Non si è mai tranquilli”. In questa comunità di fragilità e sconforto l’autore vede un compimento dell’incarnazione, fino all’estrema debolezza umana.
Nella terza tappa lo scrittore considera come Cristo si sottometta alla volontà del Padre, e in questa accettazione adatta a sé ciò che aveva insegnato ai discepoli: dal Pater noster a Pater mi, fiat voluntas tua.
Nell’ultimo passaggio Péguy effettua un nuovo avvicinamento di testi, trovando segrete assonanze nella Scrittura: il fiat voluntas del Getsemani compie il fiat lux della Genesi, del principio del mondo.
Questo è un folgorante accostamento, degno dei Padri della Chiesa, eppure non è soprattutto l’idea ad essere originale ed illuminante, quanto la sua illustrazione, ricca di immagini, evocazione, terribilità.
“Fiat lux, fiat voluntas, un’eco lontana risponde alla prima, alla parola di creazione, un’eco fedele: un secondo inizio risponde al primo; una seconda creazione risponde alla prima; e questo secondo comandamento, umanamente così disprezzato, secolarmente così basso, temporalmente così disprezzabile, non è altro, amico mio, non va altro in effetti che a una seconda creazione: E come la prima creazione era di tutto il mondo, la creazione dell’universo, totius orbis universi, di tutta la creazione, questa seconda creazione, questa eco fedele non è altro, non sta per essere altro propriamente che la creazione dello spirituale, che essere la propria creazione propria, ritardata più di cinquanta secoli, del mondo spirituale. Tutto attendeva… Fu il tempo che egli si prese, e nella sua obbedienza stessa per un istante vacillò”.

[1] Charles Péguy, Getsemani, Milano, 1997