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Il giudice e i malfattori

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione vista dai suoi protagonisti



Anche la figura di Pilato ha da sempre incuriosito e interrogato: chi fu in realtà questo oscuro amministratore romano che oggi, dopo duemila anni, i cristiani ricordano ancora, ma che la Storia ufficiale ha polverizzato e dimenticato?
A lui, Eric-Emmanuel Schmitt (1960), noto drammaturgo francese, ha dedicato Il vangelo secondo Pilato (2000) [1].
Il romanzo vero e proprio è preceduto da un prologo, Confessioni di un condannato a morte la sera del suo arresto: “Israele è una terra d’ulivi, di pietre, di stelle e di pastori, una terra dove i datteri seccano sulla paglia dei granai, una terra d’angoscia dove i cuori maturano l’attesa del salvatore, una terra di aranci, di limoni e di speranza. Israele è il mio giardino, il giardino dove sono nato, quello stesso giardino dove molto presto dovrò morire. Tra poche ore verranno a prendermi… Ma come è accaduto tutto ciò?” Questa bellissima introduzione, eco quasi di alcune pagine del Cantico dei Cantici, non mantiene ciò che pare promettere. Dopo poche righe si capisce che il narratore è Gesù in persona, ormai nell’orto degli ulivi mentre aspetta che i soldati vengano ad arrestarlo. In quei brevi frangenti Gesù, in un lungo flash-back, rivede tutta la sua esistenza, il suo crescere nell’incomprensione di sua madre (ma che ne è di Maria?), lo scoprirsi inadatto alla vita di tutti (si fidanza con Rebecca, ma presto la lascia… Rebecca, si scoprirà poi essere la vedova di Nain!) dotato nel medesimo istante di una straordinaria capacità di comprendere gli uomini fino alla rivelazione, lenta, di possedere poteri inauditi, che dirompevano in lui da un pozzo profondo di luce, il pozzo della preghiera e del diretto rapporto con Dio.
Troppo fantasiosa e talvolta un poco ingenua, questa prima parte non convince il lettore che si è accostato ad altre ben più complesse e tormentate Vite di Gesù.
Più riuscita, per lo meno come novità di tentativo,il romanzo di Pilato, scritto in forma epistolare: Pilato scrive a Tito, suo fratello, raccontandogli le vicende relative a Jeshua, da lui condannato a morte e poi improvvisamente scomparso.
“… odio Gerusalemme. Quella che si respira qui non è aria, bensì un veleno che dà alla testa. Tutto diviene eccessivo in questo dedalo di viuzze fatte non per trovare il proprio itinerario, ma per perderlo, in questi budelli dove, invece di circolare, si finisce per sbattere l’uno contro l’altro. E tutto intorno un bailamme di linguaggi di marca orientale che sembrano fatti apposta perché non ci si capisca… La legge di Roma viene rispettata solo per esecrarla. La città emana il fetore dell’ipocrisia e delle passioni represse. Persino il sole, al di sopra di quei bastioni, è traditore. Pare impossibile che lo stesso sole, sfolgorante su Roma, a Gerusalemme sia torvo. Il sole di Roma diffonde luce, quello di Gerusalemme proietta ombra. Fornisce angoli per complottare… Odio Gerusalemme. Ma c’è qualcosa che odio ancora di più: Gerusalemme durante la Pasqua… E quando si fa giorno, la loro religione esige sacrifici che trasformano Gerusalemme in un immenso mercato di bestiame fornito di mattatoio. Gli animali gridano a migliaia, prima nell’attesa, poi nell’agonia… io osservo disgustato… come ogni anno ho temuto il peggio. Ma, come ogni anno, ho padroneggiato la situazione… per mantenere l’ordine sono stati sufficienti una quindicina di arresti e tre crocifissioni. Il minimo che ci si potesse aspettare…”
Anche in questo caso l’abbrivio in prima persona del procuratore è suggestivo, singolare nella scelta dei toni, delle immagini che suscitano ansia, atmosfera allucinata e febbrile, quella stessa che, con molta probabilità, si respirava a Gerusalemme durante la Passione di Gesù.
La scomparsa del corpo di Jeshua dà avvio ad un tessuto di indagini e di ricerche non solo da parte di Pilato, ma anche dei capi dei Giudei e degli stessi apostoli; inoltre popolano la vicenda una serie di personaggi, tutti sulle tracce di Gesù risorto: la nobile consorte Claudia Procula (che a sua volta scomparirà in un alone di mistero per poi farsi ritrovare ormai diventata cristiana), Craterio, filosofo cinico, discepolo di Diogene già pedagogo di Pilato e del fratello, con le sue sconcertanti provocazioni, Salomè (qui identificata con la fanciulla che danzò davanti ad Erode) e Maria Maddalena testimoni del Risorto.
Pilato via via vaglia le più diverse ipotesi, confronta e scarta alla fine ogni possibile spiegazione razionale, finché, per amore di Claudia e per onesta sete di conoscenza («Cos’è la verità?»), accetta una spiegazione “impossibile” e soprannaturale: “… io dunque non sarò mai cristiano, Claudia. Perché non ho visto niente, tutto mi è sfuggito, sono arrivato troppo tardi. Se volessi credere, dovrei in primo luogo credere alla testimonianza degli altri. Allora sei forse tu, Pilato, il primo cristiano?”
Da uno scarno episodio dei Vangeli, Pär Lagerkvist (1891- 1974), premio Nobel per la letteratura nel 1951, ha trattato il suggestivo romanzo Barabba (1951) [2]. Barabba è il malfattore di cui Cristo ha preso il posto sulla croce, un uomo che man mano scopre l’eccezionalità inspiegabile di quell’Uomo e del suo sacrificio. Il dramma di Barabba (il cui nome significa «Figlio del Padre» sostituito all’ultimo nella morte da Gesù, «Figlio dell’uomo») è tutto nella sua angosciosa domanda di uomo di fronte ad un fatto che gli sconvolge l’esistenza e che egli non riesce a comprendere.
All’inizio del racconto troviamo Barabba (“… era un uomo di circa trent’anni, di corporatura robusta, ma dal colorito terreo; aveva la barba rossiccia e i capelli neri. Le sopracciglia erano anche esse nere e gli occhi molto infossati, come se lo sguardo avesse quasi voluto celarsi. Sotto un occhio aveva una cicatrice profonda che scompariva tra la barba…”) disorientato e incredulo, mentre guarda le tre croci: da quell’istante che lo ha visto, suo malgrado, protagonista, Barabba cerca di informarsi su Gesù; si avvicina ai suoi discepoli, accoglie le confidenze e lo sconforto del traditore Pietro, s’intrattiene con i primi convertiti i quali, appena scoprono la sua identità, lo respingono con orrore. Barabba non ha più il vigore e la prepotenza di un tempo, vive assorto, stralunato, con una pena segreta di cui non sa darsi ragione: uniche compagne sono la «grassona», la sua antica amante che stenta a riconoscerlo per quell’apatia che lo consuma e la Leporina, una ragazza che vive ai margini della società, rifiutata da tutti, che un tempo rese madre e che ora lo segue con docilità e sommesso affetto. La Leporina si converte e viene lapidata e Barabba, che ha assistito al fatto, vendica la donna con un nuovo delitto, dimostrando di non aver compreso nulla dell’insegnamento di Cristo.
Dopo un breve intermezzo ritroviamo Barabba ridotto in schiavitù nelle miniere, unito alla catena con Sahak, uno schiavo cristiano. La vicinanza forzata diventa silenziosa amicizia, rispetto, attaccamento tanto che anche Barabba si fa segnare sulla piastra servile, che ha legata al collo, le iniziali di Gesù, tenta anche di pregare insieme al suo compagno, ma la sua natura selvaggia rifiuta quella dottrina di mitezza e amore. I due vengono condotti davanti al procuratore con l’accusa di essere cristiani: Sahak verrà condannato a morte, mentre Barabba, per aver salva la vita, dichiarerà cinicamente di non aver alcun Dio.
Come ricompensa viene trasportato a Roma, quale servo in una casa di nobili patrizi; l’impulso di incontrare e seguire i cristiani è però più forte di lui. Si reca ad una riunione ma non trova nessuno: è la stessa sera dell’incendio di Roma. Sente qualcuno gridare che sono stati i cristiani ad appiccare l’incendio: d’impeto s’ingegna allora a spargere il fuoco; se il cristianesimo è distruzione dei nemici, anch’egli si sente cristiano, ma anche questa volta Barabba non comprende il senso vero del cristianesimo.
Viene colto sul fatto ed è perciò incarcerato con gli altri cristiani. In prigione lo riconoscono e tutti lo sfuggono, tranne Pietro che gli parla e lo compiange.
Libro intenso, spesso cupo e inquietante nelle atmosfere che descrive, cupo ed inquieto come Barabba, un uomo che non comprende la novità di Cristo essendo troppo ancorato alla violenza e alla prepotenza del più forte sul più debole.
Forse Barabba è figura dell’uomo d’oggi, incapace di uno sguardo limpido e puro, incapace soprattutto di accogliere e custodire la sorpresa di Cristo, che arriva imprevisto ed imprevedibile. Eppure il libro non finisce nel nulla, Barabba, quasi a sua insaputa, nella morte si ridesta: “Barabba soltanto era ancora confitto ed era vivo. Quando sentì appressarsi la morte, della quale aveva sempre avuto tanta paura, disse nell’oscurità, come se parlasse con essa: «A te raccomando l’anima mia». Ed esalò lo spirito.”
Anche il buon ladrone ha suscitato non pochi interrogativi e curiosità, tanto da essere stato oggetto di analisi e interessanti ricostruzioni, quella che propone Barbellion, sacerdote e teologo francese, intitolandola, Il buon ladrone (2001) [3] è delicata e struggente.
“- Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno -. Gli rispose: - In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso – (Lc 23, 39 -43)
Si possono immaginare le varie vicende della vita che confluiscono in questo dialogo. Immaginiamo un lavoro miracoloso della grazia che dona in poche ore tutta la luce ad un individuo che è alla fine della vita. Un individuo che il Cristo avrebbe già incontrato o, al contrario, che vede per la prima volta. Forse il buon ladrone
(ndr. Disma, il nome che la tradizione gli assegna, in greco vuol dire «malfattore») è stato condannato per un delitto trascorso da tempo, e la sua vita d’uomo marcato dalla colpa lo ha predisposto a una lunga conversione. Si possono immaginare tante possibilità. Mi si rimprovererà senz’altro di aver fatto una scelta, di aver dato una visione troppo personale o romanzata del buon ladrone. Accetto fin d’ora ogni rimostranza. Posso solo dire, a mia difesa, che tutto ciò che è scritto in questo libro è stato meditato nella preghiera. Non è una verità storica, ma una meditazione personale sul mistero del buon ladrone, una persona che ha toccato il mio cuore.”
Se infatti, a nostro avviso, manca un vis narrativa a questo racconto, non manca però la forza del contenuto che tenta di dare tridimensionalità ad una figura solo accennata eppure importantissima nel dinamismo della stessa Buona Novella.
La storia di Disma è la storia di una paternità ricercata. Fin da piccolo ha lottato per sopravvivere; orfano è stato accolto in una famiglia che lo tratta da schiavo; a tredici anni fugge e vive di piccole ruberie sulla strada, finché non incontra un lebbroso, Zeitan, “il solo padre che la vita gli aveva concesso”.
Con Zeitan, pur non potendolo avvicinare, impara a pregare, a lavorare onestamente, impara soprattutto ad avere una dignità, la dignità di che è amato ed è importante agli occhi di un uomo. Ma Zeitan, corroso dalla malattia muore, Disma si sente solo, solo come non mai. Da solo l’uomo non sa mantenersi nella via della santità: Disma per quel suo profondo senso di giustizia, si unisce ad un gruppo di briganti che, con pugnali e clave, rubano il denaro dei ricchi invasori. In uno di questi assalti uccide un uomo: il dolore che prova per quella uccisione è grande, incolmabile. Un suo amico, vedendo la sua disperazione, gli racconta di un maestro che sta predicando parole di speranza: “le parole del Cristo cadono nel cuore di Disma come pane benedetto. A Disma piace il modo con cui i cuori sono trasformati al passaggio del Cristo. È come una scia d’amore… sente dentro di sé che già ama quest’uomo, senza averlo visto… potrà mai, lui Disma, essere perdonato?
Disma è curioso, pur sfidando il pericolo di essere catturato si mette sulle tracce di Gesù per poterlo incontrare, ma nonostante i diversi tentativi non riesce, gli giunge solo e sempre l’eco della parola di Gesù. Viene preso, alla fine, e condotto in prigione proprio negli stessi giorni nei quali il Cristo vive la sua Passione, di cui sente frammenti di notizie.
“La folla grida, insulta. È la terribile realtà: Disma è crocifisso, sta per morire… per sua fortuna, la croce di Gesù è sta piantata tra i due ladroni. Disma è dunque al suo fianco.”
Segue una lunga riflessione sulle parole del Cristo in croce e ciò che esse suscitano nel povero Disma, fino alla morte: “«Sì, è proprio il Figlio di Dio che voi avete fatto morire, e io sono con lui, vicino a lui». Guarda Gesù fino a quando può. Maria e Giovanni seno sempre in piedi sotto la croce. Tutti e tre guardano Gesù, tutti e tre vegliano il suo corpo, centro dell’universo, salvezza degli uomini.”

[1] Eric-Emmanuel Schmitt, Il vangelo secondo Pilato, Cinisello Balsamo (Milano), 2002
[2] Pär Fabian Lagerkvist, Barabba, Reggio Emilia, 1978
[3] Stéfhane-Marie Barbellion, Il buon ladrone, Milano, 2003