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"Una vita di Cristo" di Luigi Santucci

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione nelle "Vite di Gesù"



Questa vita di Cristo di Luigi Santucci (1918-1999), uscita nel 1969 [1] con il titolo Volete andarvene anche voi?, traduce con suggestiva poesia i passi della vita terrena del Salvatore.
Nota dominante di quest’opera, come ebbe a dire lo stesso scrittore, è la poetica della gioia: “La poesia propone e consegna praticamente la felicità quotidiana. Nel mondo della poesia non esistono infelici…” ed infatti la traduzione che Santucci fa del Vangelo non ha la freddezza della ricostruzione storica, bensì la felicità della reinvenzione poetica e della testimonianza di una personale adesione di fede (… in queste pagine ho scelto di accostare il messia quasi da testimone fisico; a volte dal di dentro di Lui e altre dal di dentro di me. Fra i tanti modi possibili di narrare questa storia mi sono pertanto arbitrato di sceglierli e associarli tutti, adottando quell’esauriente pluralismo e quella coesistenza di piani da cui la narrativa d’oggi sembra – del resto ritrovandosi proprio sui modi della narrativa evangelica – non poter più prescindere…)
I capitoli portanti del libro, sette in tutto, sono a loro volta suddivisi in brevissimi paragrafetti aperti da una frase del Vangelo; noi ci addentriamo nel capitolo La Passione.
Proprio all’inizio, per alcune pagine, Santucci soffermandosi sull’ultima cena, evidenzia il desiderio di umiliazione ed abbassamento di Cristo sia nel lavare i piedi ai discepoli, sia nel nascondersi nel pane consacrato; un’umiliazione che tiene conto della carnalità umana, la accondiscende quasi per farsi povero tra i poveri, ultimo tra gli ultimi: “questo è il mio corpo… lo mangino, poco fa si è contaminato con la loro corporeità fangosa, lavando loro i piedi,… adesso vuole fare di più: scenderà nelle loro gole, si mescolerà, sino a trasformarsi, con le loro mucose, si scioglierà a poco a poco in tutte le loro fibre… occorre che egli rimanga con l’unica cosa di noi che veramente conosciamo e cui attacchiamo il cuore e la memoria: il corpo…”
Impressionanti le riflessioni che l’autore fa a proposito di Giuda. Egli non è una marionetta, un vuoto personaggio da tragedia, Giuda può essere ognuno di noi, “Giuda è stato uomo come io sono uomo: Non peggiore, non più peccatore di me…”. Si affatica Santucci per tentare di immedesimarsi nello stato d’animo dell’Iscariota in quella notte del giovedì santo, in modo ansioso, affaticato, convulso, quasi che il ritmo serrato delle frasi ci suggeriscano i moti tempestosi del cuore.
L’agonia di Gesù nell’orto degli ulivi, anche per il nostro autore, è un momento essenziale di riflessione: Cristo sta tra due silenzi, il silenzio e il sonno degli uomini, i suoi amici e il silenzio incombente di Dio. Proprio nell’oscurità del giardino Gesù riceve la prima ferita: il bacio di Giuda segna l’inizio della Passione e della profonda sofferenza psicologica del Cristo. Dopo quel bacio seguono schiaffi, pugni, bastonate, dileggi, dapprima da parte dei suoi, poi da parte dei romani invasori. A ordire tutto sono “due turbanti”, Anna e Caifa: “La crocefissione di Gesù, lucida come un teorema e senza rimorsi, si è svolta già tutta sotto questi due turbanti, dal primo colpo di frusta alla stoccata della lancia.”
Prima di giungere alla figura di Pilato, che qui parla in prima persona dalle pagine di un suo diario, Santucci ci offre le sue riflessioni sul tradimento di Pietro: “… il primo sangue è sgorgato nell’orto… il primo singhiozzo si leva… Cristo se ne va e gli lascia quest’ultimo dono. L’amara dolcezza di piangere, l’ebbrezza della vergogna e del pentimento: quel gorgo benedetto d’infanzia che sono le lacrime e i singhiozzi e che non ci fa puri ma per qualche divino istante sinceri, gonfi di ricordi e speranze: che ci libera dal presente (ecco cos’è il pianto) che non sia quel benefico sussultare del petto. Pietro piange sul suo passato di uomo, dalle più remote colpe di ragazzo a quest’ultima infamia…”
Diario ai posteri di Ponzio Pilato
è sicuramente una delle più interessanti invenzioni del libro di Santucci quella di far parlare in prima persona uno dei più controversi protagonisti della Passione di Gesù. In queste righe, quasi lettera ai posteri per spiegare le proprie decisioni (o forse per giustificarsi o riabilitarsi), Pilato si presenta quale romano amante della filosofia, non particolarmente incline al sangue, ma nemmeno tenero ed emotivo, attento però ai sogni della moglie, che ha doni di preveggenza e profezia. Pilato confessa di essere affascinato da questo ebreo che i capi dei giudei vogliono far fuori… ma nonostante tutto i capi del popolo ebraico sono più furbi di lui e gli estorcono la condanna a morte, mentre “dalla piazza saliva quel grido bestiale che scuoteva le fondamenta del palazzo: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!»
Mentre Gesù ora, caricato della croce si avvia al patibolo, non è che “ un fantoccio tartassato
dal furore del male, straziato da un odio senza logica e senza responsabili, maledizione e vittima.”
Cristo è inchiodato sulla croce, lentamente muore sotto lo sguardo dei suoi nemici, dei suoi carnefici e di poche presenza amiche che non lo hanno abbandonato, tra esse la madre e il discepolo prediletto. Affida la madre a Giovanni e Giovanni alla madre: alla sesta ora, morente, Gesù rimane orfano, ci ha donato tutto: la sua vita e chi gli ha dato la vita, sua madre.

[1] Luigi Santucci, Una vita di Cristo, Cinisello Balsamo (Mi), 1995