"La ricotta" di Pier Paolo Pasolini
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La sceneggiatura de La ricotta [1], scritta nel 1962 da Pasolini (1922- 1975) può essere accostata ad un testo teatrale, benché poi realizzata con il linguaggio filmico.
La ricotta è, a nostro avviso, una moderna Passione, non solo per il suo contenuto (narra le vicende di un set cinematografico dove si sta realizzando un film sulla Passione di Gesù), ma soprattutto per gli squarci di vita e di miseria dei suoi personaggi e del protagonista in particolare, Stracci, che deve interpretare il Buon Ladrone.
L’atmosfera, pur comica e grottesca in molti dettagli (Stracci che ruba un cestino della colazione e lo porta alla famiglia che lo segue sul set, Stracci che mangia e si muove con ritmo accelerato) risulta alla fine tragica ed irreale: da una parte la povertà ed estrema prosaicità di chi sta interpretando i personaggi della Passione (un Gesù che dalla croce bestemmia in romanesco, la Maddalena che fa lo spogliarello per divertire le comparse) e i pretestuosi impossibili atteggiamenti del regista, un «artista» incompreso che insegue le vette dell’arte e dell’ispirazione.
Pasolini è riuscito con molta efficacia, anche nello scritto, a rendere la vacuità del set cinematografico, il vociare della troupe, gli effetti speciali che, qui, di speciale hanno ben poco, considerata l’essenziale miseria dell’insieme, e l’aggirarsi quasi famelico di un giornalista in cerca di scoop e interviste sensazionali per il suo giornale.
Il nulla della finzione cinematografica, a cui Stracci si adatta – vittima consenziente di questa situazione – contrasta con la vita, con la realtà: Gesù è un poco di buono, la Maddalena anche, i figli di Stracci sono dei teppistelli, l’antica Gerusalemme non è altro che il suburbio di Roma, arido, malsano, polveroso.
Tale contrasto è tutto giocato nel finale: in visita sul set giunge anche il produttore, tutti seguono trattenendo il respiro il regista, tutto è pronto per la ripresa clou, Gesù che parla con il Buon Ladrone sulla croce “… Il produttore, che fuma pacifico il suo sigaro, il regista, l’aiuto, le dive, la corte, tutti, tutti in semicerchio, come visti dalle croci, schiacciati contro terra, aspettano. (Regista) Azione! Ma la testa di Stracci resta a penzolare come un prosciutto, immobile.(Esseri umani della troupe) Se sente male. Che cià? È morto!”
[1] Pier Paolo Pasolini, La ricotta, in Alì dagli occhi azzurri, Milano, 1992