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Il compianto corale degli amici

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione vista dai suoi protagonisti



Il nostro, forse troppo lungo percorso, si conclude con due libri che propongono l'evento «Gesù» considerato dai suoi amici, o per lo meno da chi seguiva il Cristo con attenta e aperta attesa.
Molto noto è certamente il romanzo del polacco Jan Dobraczyński (1910-1994), Lettere di Nicodemo (1959) [1].
In questo testo lo scrittore ci offre una narrazione dei fatti evangelici vissuta da Nicodemo, citato alcune volte nel Vangelo. Con la forma del romanzo epistolare Nicodemo racconta a Giusto, suo antico maestro e amico, le sue più intime vicende familiari (l'amore, la malattia e la lenta e sofferta agonia di Ruth, sua moglie) intrecciate all'incontro con Gesù, un uomo che lo affascina e lo inquieta, e che gli pone molti interrogativi. Nella figura di Nicodemo, Dobraczyński ha voluto tratteggiare la coscienza dell'uomo moderno, i suoi dubbi, le sue fatiche, le sue attese, tutti quegli aspetti contraddittori dell'animo umano: dagli entusiasmi ingenui alle piccole viltà di fronte al porsi imponente di Gesù e della sua pretesa di unica salvezza per gli uomini. La ricostruzione dell'ambiente è precisa, infatti il romanzo non è solo frutto della sensibilità e fantasia dello scrittore, ma si avvale anche di ricerche bibliche precise e circostanziate.
Il momento della Passione di Cristo inizia ad essere narrato dalla ventunesima lettera, quando Nicodemo riferisce della cena in casa di Lazzaro, nella quale Maria versa olio profumato sui piedi di Gesù. Qual è il ritratto che Nicodemo (Dobraczyński) fa di Gesù all'alba della sua cattura? "… egli (ndr. Gesù) sembra non riconoscere alcun ordine prestabilito. Ora, gli uomini devono seguire determinate regole… egli pretende che ogni norma sia subordinata a un unico comandamento che egli ritiene invariabile e che deve essere osservato a spese di tutti gli altri: quello della carità…"; continua ancora il protagonista, riferendo del colloquio con Gesù, il quale lo invita con insistenza, "Dammi le tue pene!", " Egli è proprio solamente una debole creatura umana, vado pensando da tre anni; tuttavia sono convinto che in lui ci sia anche qualcosa di ben diverso...".
In questa stessa lettera svela che fu sua la casa in cui il Maestro chiese di mangiare la cena di Pasqua con i suoi discepoli, l'ultima; e sempre in questo contesto, a seguito degli avvertimenti di Nicodemo sul malumore dei Giudei riguardo a Gesù, l'autore dà un accenno ai temperamenti così diversi e caratteristici degli apostoli: "«Il Maestro non ha nulla da temere. Se qualcuno tentasse aggredirlo l'avrà da fare con me!» (ndr. Pietro) Svolse un pacco che teneva sotto il braccio e mi mostrò con aria trionfante due spade dalla lama corta e larga… «Queste possono sempre servire!» disse con tracotanza…".
Grazie poi al racconto di Giacomo, che corre ad avvisare Nicodemo dell'arresto di Gesù, lo scrivente può riportare tutte le parole dette dal Maestro nella cena con i suoi più intimi e dei fatti capitati nell'orto, un espediente per nulla artificioso, ma carico di dramma e intensa umanità.
"Perché non è fuggito, lui che tante volte si è miracolosamente sottratto alla vista dei suoi ammiratori?... un Messia che rifiuta di vincere, è la fine della fede nel Messia. E se egli ne fosse semplicemente incapace? Allora egli non sarebbe il Messia. Che cosa è meglio: saper che abbiamo sbagliato o comprendere che la fede stessa è una illusione?": questi e molti altri pensieri turbano Nicodemo, turbano in quel frangente i suoi discepoli e turbano anche noi talvolta, forse troppo spesso.
Nicodemo viene con urgenza convocato per una riunione straordinaria del sinedrio; il sommo sacerdote, Caifa, vuole processare Gesù: "Che dolorosa impressione provai nel vederlo con le mani legate sul dorso, i fianchi cinti da robusta cintura ferrata, munito di corde per mezzo delle quali si può trascinare il prigioniero senza toccarlo!... il suo mantello e la sua veste erano laceri e sporchi, bagnati e macchiati di fango. Aveva i capelli spettinati e i piedi sanguinanti. Il suo viso però, per quanto esprimesse una immensa tristezza, era perfettamente calmo. Il suo portamento tranquillo, ma nello stesso tempo dignitoso e risoluto…". Nicodemo è timoroso e un po' titubante, non osa difendere pubblicamente Gesù, che pure ha seguito; ha più coraggio Giuseppe d'Arimatea, anche lui membro del sinedrio, che contrasta con pacatezza l'odio e la virulenza dei testimoni prezzolati.
L'affermazione culminante di Gesù, quella della sua «pretesa» divinità sconcerta tutti, Caifa si straccia le vesti, Nicodemo disorientato si chiede: "Chi è egli in realtà?... ma chi è egli veramente?... vidi il suo bel viso insudiciato dagli sputi, il capo cinto per scherno da una corona di paglia, le mani ancora legate dietro la schiena… era un uomo gettato al fondo d'ogni umana miseria; un mendicante, un lebbroso, un infermo, un prigioniero, ed ognuno di questi volti era raccolto nel suo viso… ma come difendere, come proteggere un disgraziato che la propria debolezza ha reso quasi – come devo dire?- ripugnante?"
Scorrono come in un film le scene di Pietro in pianto per il suo rinnegamento, la liberazione di Barabba tra le grida del popolo, Pilato livido di rabbia trattenuta per lo scacco che sta subendo. Gesù è oggetto di baratto tra due poteri e viene impietosamente flagellato: "… provai una acutissima stretta al cuore e una pena indescrivibile. Grondante sangue, con la fronte cinta da una corona di spine, un manto scarlatto, gettato sulle spalle per derisione della regalità di cui si vantava, Gesù era l'immagine stessa del dolore".
Il braccio di ferro tra romano ed ebrei va a favore di questi ultimi, che ottengono per il Cristo la pena capitale. Il mesto corteo si incammina verso il Golgota: "... camminavo, inciampando spesso e tenevo gli occhi bassi. Vidi così sulle lastre del selciato l'orma insanguinata di un piede... il suo corpo ormai non era più che una piaga, dal capo forato dalle spine, ai piedi feriti dalle pietre appuntite e taglienti..."
Gesù viene inchiodato e Nicodemo da lontano può vederlo lentamente morire: "...Il Maestro pendeva sullo sfondo del cielo grigio-azzurro: il corpo si tendeva come volesse staccarsi dalla croce; i carnefici gli avevano stirato tanto violentemente le braccia nell'inchiodarle, che il petto, inarcato all'estremo, non poteva appoggiarsi all'indietro; soffocava, aveva il volto livido, le vene del collo gonfie da scoppiare. Io non potei sopportare oltre quello spettacolo orribile... Arrivai ai piedi della croce, riconobbi Giovanni... Maria teneva lo sguardo fisso verso l'alto, impietrita dal dolore. Appoggiava la mano al legno della croce e sulle sue dita colavano dall'alto delle gocce di sangue... i piedi di Gesù erano all'altezza dei miei occhi e li vedevo appoggiati uno sull'altro e trafitti da un lungo chiodo, con le dita irrigidite, convulsamente tese"

Cristo dà un ultimo grido e muore tra il silenzio attonito dei presenti; presto è calato dalla croce, deposto nel sepolcro. Tutto pare finire: i grandi taumaturghi che hanno potuto tanto per gli altri, alla fine per se stessi non possono nulla, conclude con amarezza Nicodemo. Ma fatti imprevedibili sconvolgono il muto scetticismo di questo dottore della Legge, tanto da esserne lui stesso testimone mentre è in viaggio per Emmaus con Cleofa: Gesù fa un tratto di strada con loro e alla fine si fa riconoscere.

L'ultimo testo che proponiamo, e che ci pare adeguata conclusione del nostro itinerarium crucis è Morte di Adamo (1956) [2] di Elena Bono (1921), una delle più grandi scrittrici del Novecento italiano. Si tratta di una serie di racconti biblici che, come scrive Giovanni Casoli "vivamente, plasticamente espressionistici e realistici che attirarono le antenne sensibili di Emilio Cecchi e l'editoria europea, specie anglosassone, con molte traduzioni in varie lingue, e grande successo."
Lo stesso Gioanola, in una riedizione della sua Storia della letteratura italiana, così si esprime "… (racconti) di argomento biblico, ma non riproponenti variazioni su episodi del Vangelo, quanto piuttosto vere e proprie invenzioni traenti spunto da questi episodi. C'è una straordinaria intensità stilistica, che riesce a far vivere davanti agli occhi le scene come se accadessero al momento."
Proprio questo ci pare il pregio e lo stigma dei racconti di Morte di Adamo: rendere presente, contemporaneo il crudo tormento del Cristo nei giorni che culminarono con la sua crocefissione, fino allo stemperarsi, non meno drammatico, dei fatti relativi alla sua misteriosa resurrezione.
Il tessuto narrativo si dipana in otto racconti: Morte di Adamo, Piccolo Abi, La figlia di Giairo, La suocera di Pietro, Il centurione, Guardia al sepolcro, La moglie del Procuratore, Una lettera dalla Giudea, in apparenza autonomi, di fatto uno necessario all'altro, per quella concatenazioni di fatti e prospettive che vertono sul Protagonista, per lo più evocato dal ricordo o presente in fugaci e suggestive apparizioni.
La grande, solenne, metastorica ouverture di Morte di Adamo vede il diretto confronto di Dio ed Adamo, il Creatore e la creatura ormai sazia di anni e morente alla presenza dei suoi discendenti. Nel drammatico colloquio, dove viene rievocato l'assassinio del giusto Abele per mano di Caino, Dio conclude con una promessa: "… darò nelle tue mani mio figlio, l'agnello di Dio senza peccato… Egli prenderà sopra di sé i tuoi peccati e in Lui farò giustizia del pianto e del sangue…".
Così il tempo annunciato giunge e si condensa per rapidi lampi in quei pochi giorni gravitanti attorno alla Pasqua: Giovanni e Tommaso alla ricerca della casa dove il Signore vuole consumare la Pasqua con i suoi, la sua ultima Pasqua (Il piccolo Abi); lo scandalo e lo scompiglio tra i parenti di Giairo per il miracolo della piccola resuscitata, Talita, che vive assorta nell'attesa che Lui ancora ritorni; lo sconcerto delle donne di Cafarnao alla notizia che il Rabbi è stato ucciso e la delusione rabbiosa di Rachele, suocera di Pietro.
Ma il ritmo diventa incalzante e ansimante ne Il centurione: la sete di sangue della soldataglia romana e il rumoreggiare sempre più accanito della plebe di Gerusalemme fanno da contrappunto al silenzio del Cristo, carne martoriata, tanto da essere chiamato per scherno lo Straccio. Tra l'Uomo e la folla impazzita sta il centurione, che non si capacita, lui romano difensore del diritto e della giustizia, di quella palese ingiustizia perpetrata ai danni di un innocente. Eppure il comportamento di quell'uomo ridotto ad un ammasso di carne sanguinante inquieta il centurione, quell'uomo non sta subendo tutti quei terribili colpi, quell'uomo li sta cercando: "… te cosa sei?... ci sei venuto di proposito al macello. Perché? Che scopo c'era?... ma tu non sei matto. Andiamo: perché ti fai ammazzare? Ti vuoi far ammazzare, è chiaro... ordini, amico, o se ne danno o se ne eseguono. Da chi li hai presi tu? Chi è il tuo capo, il tuo re, quello che sia?... per conto di chi sei venuto? Da dove? A far che? Gabbare il mondo. Sentiamo: cos'è che gli racconti alla gente?... t'abbaiano tutti dietro; come si spiega tutti?..."
La tensione del racconto vede il suo climax nella scena dell'«Ecce homo»: "«Ecco l'uomo»… stava sulla terrazza, accanto alla toga bianca, l'uomo, una corona di spini calcata sugli occhi, un cencio rosso sulle spalle, una canna fra i polsi legati. Della faccia, solo la bocca gonfia tra i capelli grondanti sangue..." e poi piano trova un doloroso quanto illuminante epilogo nelle ultime frasi "… (il centurione) Fece per alzare la frusta su tutte quelle facce ridenti (ndr. quelle dei soldati che si avventano sull'inerme Gesù). Ma guardò l'uomo e l'uomo lo guardò …".
La fine di Gesù non è la fine della narrazione; la Bono rivive poi, alternando ai toni epico-tragici dei primi racconti quelli comico-grotteschi di Guardia al sepolcro, i misteriosi momenti della resurrezione del Cristo, un evento più suggerito che raccontato.
Suggella Morte di Adamo il lungo racconto La moglie del Procuratore, in cui l'autrice scava nell'animo di Claudia Procula, moglie di Ponzio Pilato. La donna, in un serrato dialogo con Seneca, rievoca i fatti della Passione di Gesù, in mille dubbi e domande, in un alternarsi di certezze e speranze in cui la saggezza della cultura classica è passata al setaccio della folle stoltezza del Figlio di Dio, morto per amore degli uomini. Tra i tanti brani che si potrebbero citare, pena però smarrire il filo conduttore di tutta la narrazione, ne proponiamo due in cui Claudia, dopo molte ricerche, ha rintracciato il centurione che ha comandato l'esecuzione del Nazareno, e che le racconta altri particolari di quella crocefissione: "… abbassò il viso (ndr. Il centurione) che gli era divenuto di un rossore scuro e disse che lui aveva portato il Galileo a crocifiggere. Non era stato che un eseguire gli ordini, gli osservai (ndr. Il colloquio è con Claudia Procula)..mi rispose che infatti aveva eseguito degli ordini; ma non era soltanto questo che doveva rimproverarsi; era quello che ci aveva messo di suo. Rimasi così stupita e anche spaventata che non seppi cosa dire. Mi raccontò tutto lui spontaneamente, da quando aveva visto l'uomo in aula di giudizio, mentre veniva interrogato. Non mi disse che il Procuratore l'aveva trovato innocente. Glielo dissi io. Egli alzò gli occhi a guardarmi e assentì con la testa. "Mi fu consegnato da flagellare, "disse,"e scendemmo insieme la scalinata. Era un uomo alto e grande, ma non faceva nessuna resistenza. Veniva giù con me, come di sua volontà. Lo consegnai a un decurione e io che non sono fuggito mai in vita mia, quella volta fuggii come un vigliacco per non vederlo flagellare; mentre se c'ero, non lo riducevano a quel modo, che pareva una fontana di sangue… Ho visto morire molti uomini, signora, "mi rispose, "e nessuno ha detto mai quello che ha detto lui. Solo Dio può perdonarci tutti e solo il figlio di Dio poteva domandarglielo." Gli ribattei che era un controsenso essere figlio di Dio e morire…"Le cose non stanno così, signora", mi disse, "io chiamo vinto uno che non ce l'ha fatta ad arrivare dove voleva. Ma lui è arrivato." "A una croce, centurione?" "Lo hai detto. Signora. E per lui non era solo questione di vincere la paura che abbiamo tutti... Lui la sera prima aveva fatto sbattere i nostri a faccia a terra… Siamo cattivi, signora, lo vedo io nelle caserme: o bestie o poltroni… nessuno al mondo poteva mettersi tutto sulle spalle. Solo lui… ha aspettato di essere al colmo del patire, per fare lo scambio, e il padre riprenderselo come noi glielo avevamo ridotto, tutto sangue, e lui strappargli il suo compenso. E il primo che s'è guadagnato così, è stato un ladro, appeso vicino a lui… pur vero che, con tutto che era un ladro e che lo vedeva morire come lui su un trave, è stato il primo a capire che quello era figlio di un Re e da dove veniva e dove tornava. Quando morirò, signora, voglio dirgli anch'io così che si ricordi di me, del centurione che stava sotto la croce…"

[1] Jan Dobraczyński, Lettere di Nicodemo, Brescia, 1991
[2] Elena Bono, Morte di Adamo, Recco (Genova), 1988