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"Vita di Gesù" di Francois Mauriac

Autore:
Roda, Anna
Fonte:
CulturaCattolica.it ©
La Passione nelle "Vite di Gesù"



Quando Mauriac (1885-1970) decide, nel 1936, di scrivere la sua Vita di Gesù [1] ha cinquant'anni, è famoso da molto tempo ed è anche riuscito ad uscire dal ghetto di una letteratura particolare, imponendosi come voce di uno spirito inquieto e tormentato.
Il pregio e la diversità di questa vita di Gesù rispetto ad altre è quella di aver considerato il Cristo come il personaggio-chiave della tragedia umana; quindi il Gesù di Mauriac non viene né dai libri di indagine storica, che avevano avuto molta diffusione negli anni della sua gioventù, né dai manuali di pietà; è un libro che viene dalla vita e che ci propone quel personaggio misterioso che d'improvviso ci troviamo accanto nei momenti di maggior abbandono, di desolazione e disperata solitudine. Carlo Bo, nell'introduzione all'edizione italiana curata per Mondadori, così precisa: "Il compito che si prefigge è, questo, di non strapparlo all'ombra che limita il nostro quotidiano, di non vederlo né come Dio né come un cuore santo ma – caso mai – di vederlo come un nostro sosia dotato del segreto della verità, carico di un dato di carità che sa trasformare il "nodo di vipere" che rappresenta il cuore dell'uomo in offerta, in amore, in segno di partecipazione."
Sono brevissimi i capitoletti che narrano la vita di Cristo, quasi sospiri, accenni, appunti discreti per suggerire e non esaurire il mistero dell'Uomo-Dio che muore per la salvezza degli uomini.
Dal XXIII con Il convito in casa di Simone ha inizio la settimana di passione di Gesù.
Mauriac focalizza l'attenzione su Maria, sorella di Lazzaro, che spezza il vaso d'unguento profumato sui piedi del Signore: "… Un solo cuore, sollecitato dall'amore, indovinava in quell'uomo coricato, in Gesù, una creatura stanca di correre, un cervo sfinito, errante di rifugio in rifugio. La lampada non ha più olio (la lampada del suo corpo). Sola rimane a Gesù la forza di sopportare e soffrire. È facile immaginare lo sguardo che si scambiano quella santa fanciulla e il Figlio dell'uomo. Gli altri non vedono nulla. Ma egli sa che Maria ha compreso, mentre il vaso d'alabastro si spezza e spande il suo profumo…"
Il racconto si concentra poi sull'ultima cena, quando sta per svelarsi il traditore, Giuda: "… nessuna bravata: senza dubbio egli non sapeva ancora: esitava. Una lotta in fondo al suo essere lo strazia, lotta disperata, nel peggior senso, e che tanti cristiani conoscono: quando l'anima ferita a morte, si dibatte sapendo che alla fine dovrà soccombere. Questo Gesù, Giuda l'ha amato, e ancora l'ama, forse, malgrado gli scacchi, il suo rancore, il suo desiderio di non rimaner solidale col più debole…"
Anche per lo scrittore francese la notte nel Getsemani è fondamentale nella vicenda terrena di Gesù; in quel luogo il Signore combatte una lotta terribile: "… ha paura: conviene ch'egli sperimenti la paura. L'odor del sangue lo fa rabbrividire; egli prova quel terrore della bestia… ogni essere umano, a certe ore del destino, nel silenzio notturno, ha conosciuto l'indifferenza della materia cieca e sorda. La materia schiaccia il Cristo. Egli prova nella sua carne l'orrore di quella assenza infinita. Il Creatore si è ritirato, e la creazione non è più che un fondo di mare sterile: gli astri morti coprono la distesa. Echeggiano, nell'oscurità, dei gridi di belve divorate…"
Mauriac pone poi un serrato confronto tra il tradimento di Giuda e quello di Pietro: il volto già gonfio e livido per le percosse incontra lo sguardo di Pietro, "l'apostolo contemplava con stupore quella faccia già enfiata dai colpi di pugno. Nascose la propria nelle mani, e appena uscito sparse più lacrime che non avesse versate da che era al mondo"; Giuda è ucciso dal rimorso, dopo aver toccato la soglia della perfetta contrizione si abbandona alla disperazione, "… finché sussiste nell'anima più aggravata un barlume di speranza, ella non è separata dall'amore infinito che per un sospiro. Ed è il mistero dei misteri che questo sospiro il Figlio di perdizione non l'abbia esalato."
I giudei, Pilato, Erode, Barabba… tutto è presentato in un soffio. Con un marcato realismo Mauriac descrive la crocefissione e l'agonia del Signore: "Ecco ilo momento più atroce: lo strappo della stoffa incollata alle piaghe, i colpi di martello sui chiodi, l'erezione dell'albero, il peso del frutto umano, la sete spenta con aceto e fiele, e la nudità, la vergogna di quella misera carne… O rifugio della piccola Ostia!"
D'un battito, dopo aver ricordato che le ultime parole del Cristo sono di fiducioso abbandono a Dio (salmo 22), quell'abbandono già deciso con il sangue nell'orto degli ulivi, Mauriac è al mattino di Pasqua, una sera di primavera, l'odore della terra calda bagnata… e quando, qualche settimana più tardi, Gesù si toglie dal gruppo dei discepoli, sale e si dissolve nella luce, non si tratta d'una partenza definitiva. Già egli è imboscato, alla svolta della strada che va da Gerusalemme a Damasco, e spia Saul, il suo diletto persecutore. D'ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato."

[1] François Mauriac, Vita di Gesù, Milano, 1993