Gesù Nazareno, il Santo di Dio - 2: Il paralitico
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Il secondo capitolo di Marco si apre proprio con una serie di gesti, fatti in giorno di sabato, che suscitano polemica e sfociano, fin da questo momento, nel progetto di condannare a morte Gesù, da parte di alcuni tra farisei ed erodiani.
Il contrasto delinea in modo drammatico i due appellativi con cui lo spirito immondo chiama Gesù: il Nazareno e il santo di Dio.
L'episodio della guarigione del paralitico rende particolarmente evidente questo contrasto. La folla si accalca a tal punto davanti a Gesù da rendere impossibile a quattro uomini di portargli davanti un paralitico che giace sul suo lettuccio. Approfittando della struttura dei tetti di allora, interamente coperti di rami o di canne, ne scoperchiano una parte facendo in modo che il malato si venga a trovare ai piedi di Gesù: Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?". Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua". Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (Mc 2, 1-12).
Che Cristo non fosse soltanto il Nazareno ma fosse piuttosto il Santo di Dio, era ben chiaro all'antico autore (fine V - inizio VI secolo) che compose questo mosaico nella stupenda basilica di sant'Apollinare Nuovo a Ravenna (Figura 1). La dimensione ingigantita del Cristo, e del suo discepolo, rispetto al paralitico e agli amici che lo calano dal tetto, è evidente e dice la sovranità di Cristo e la missione salvifica della Chiesa, dietro e dopo di Lui. La folla di cui parla l'evangelista è scomparsa in questo mosaico e vengono evidenziate solo le presenze essenziali: Cristo, la Chiesa, il malato, due dei quattro uomini menzionati da Marco. Le braccia dell'uomo paralizzato e la mano del discepolo accanto a Gesù, convergono tutte verso la mano benedicente del Cristo. La benedizione divina rimanda alla pienezza della vita, sia fisica che spirituale, è chiaro dunque che, in questo gesto, sia implicita non solo la guarigione fisica, ma anche e soprattutto la salvezza dell'anima di quest'uomo. Questo scandalizza gli astanti e particolarmente i farisei: nessuno se non Dio solo, se non appunto, il Santo di Dio, può rimettere i peccati e dare salvezza all'anima. La domanda dei farisei non è raffigurata nel mosaico perché, a doversela porre, è l'uomo che contempla il miracolo, specie se neofita o catecumeno. L'apostolo accanto a Gesù, infatti, si fa interprete della risposta della Chiesa: Cristo è venuto proprio per questo per la salvezza dei peccati.
Lo sconcerto della folla viene invece rappresentato da un altro autore, questa volta del XII secolo, che nel rilucente ciclo musivo del Duomo di Monreale riprodusse la guarigione di alcuni infermi, tra cui il paralitico (Figura 2).
Qui le proporzioni tra Gesù e la folla ritornano ad essere giuste: Cristo non fu un super uomo, ma uno come noi. La casa è scomparsa e il paralitico, guarito, sta prendendo il suo lettuccio per andarsene. Tanto i volti dei discepoli dietro al Cristo che quelli della folla attorno agli uomini guariti, manifestano stupore e interrogazione. Ritorna la domanda: Come può un uomo rimettere i peccati?
Cristo tiene in mano un rotolo e indica così che egli, non solo parla con autorità, ma la sua parola compie ciò che dice e dunque Egli, il Verbo, il Santo di Dio può rimettere i peccati, può con la sua parola, fare nuove tutte le cose. Il colore dell'abito di Cristo- a differenza di tutti gli altri abiti piuttosto chiari - è lo stesso colore della via che si snoda sullo sfondo della scena: è Lui, infatti, la via della salvezza.
Le prime guarigioni narrate da Marco nel Vangelo sono emblematiche: un indemoniato, cioè l'uomo imprigionato da forze spirituali occulte; la suocera febbricitante, che fatta "risorgere" da Cristo è già come un dito puntato verso la vittoria sulla morte, un lebbroso che, escluso dalla comunità di Israele, diventa segno dell'apostasia, della scomunica; infine un paralitico e un uomo dalla mano inaridita, infermità che rimandano all'incapacità di agire e di operare. Si tratta, dunque, di eventi simbolici che fanno comprendere a quanti si pongono alla sequela di Gesù, che Egli può guarirli da ogni infermità spirituale e renderli capaci di seguirlo. In questo senso la guarigione del paralitico è paradigmatica.
Il paralitico è colui che non ha alcuna libertà di movimento, è l'uomo completamente bloccato dal suo peccato a tal punto da rendere vano ogni sforzo della volontà. Cristo libera anche dalla paralisi e apre la possibilità all'uomo di mettersi in cammino. Per questo l'artista di Monreale nasconde la casa - che pure è un luogo teologico per Marco - e apre alle spalle del miracolato una via. In questa via, ma sarebbe meglio dire in questa ascesa visto che è una strada in salita, viene significato il cammino della sequela che presto l'uomo imboccherà dietro a Gesù, il Nazareno Santo di Dio.
Attraverso questa guarigione Marco invita tutti non solo a gettare in Gesù le proprie difficoltà, ma anche ad abbracciarle, proprio come il paralitico abbracciò il suo lettuccio e a intraprendere con coraggio il cammino della sequela dietro al Signore. Il proprio peccato, la propria miseria, diventa - come il giaciglio del paralitico - il luogo privilegiato della testimonianza che fa gridare all'uomo la celebre espressione di sant'Ambrogio (da molti ritenuta di Agostino): felice colpa che mi meritò un sì grande Redentore!