Il cieco di Gerico
- Autore:
- Curatore:
- Fonte:

A fronte di questo comprendiamo più profondamente la guarigione dell’altro cieco, Bartimeo. Mentre il primo miracolo avviene dopo il fatto dei pani, quest’altro avviene dopo gli annunci della passione, dopo la Trasfigurazione sul Tabor, dopo la professione di Pietro: Tu sei il Cristo.
Il cieco Bartimeo si trova a Gerico, una città in certo senso contrapposta a Gerusalemme. Luca colloca una delle sue parabole più belle - quella del buon samaritano - proprio sulla strada che separa Gerico da Gerusalemme. Gerico è una città verdeggiante dentro la pianura di Izre’el e rappresenta un passaggio obbligato per chi sale alla città santa, che si trova invece arroccata sopra il monte di Sion. L’ubicazione delle due città favorisce la trasposizione simbolica: là, nella valle, le attrattive della carne, qui, sopra il monte Sion, le esigenze forti dello spirito. A differenza dell’altro cieco anonimo, quest’uomo ha un nome si chiama Bartimeo che in aramaico significa, come anche Marco spiega, figlio di Timeo.
Forse per questo un autore cinquecentesco, pittore e filosofo, Poussin ritrae proprio al centro della scena, tra la folla presente al miracolo del cieco, un uomo che si china buffamente quasi per sincerarsi che il miracolato sia proprio lui: il figlio di Timeo, il cieco.
Questo cieco grida, dice il Vangelo e il grido è imbarazzante, è una straordinaria professione di fede nella messianicità di Gesù:
E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada (Mc 10, 46-52).
Il figlio di Timeo sulla strada di Gerico grida aiuto al figlio di Davide che sale verso Gerusalemme. L’immagine è suggestiva: è l’immagine dell’umanità smarrita che anela alla sua pienezza, alla sua salvezza.
Gridare in quel modo, quelle parole, nell’imminenza della Pasqua, nell’immediate vicinanze della capitale dove il conflitto tra ebrei osservanti e usurpatori romani si faceva più intenso, più drammatico, era una provocazione. Tutti allora si sentono in dovere di richiamare il cieco al silenzio. Tutti tranne Cristo.
Lo si vede bene nella tela di Poussin (Figura 1 - Nicolas Poussin, Gesù guarisce il cieco di Gerico, 1650, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi) dove uno dei presenti in abito giallo si proietta verso i ciechi per farli tacere. L’opera conserva la titolatura al singolare: Gesù guarisce il cieco di Gerico, ma Poussin sembra far riferimento anche alla versione matteana del miracolo, dove i ciechi che gridano: «figlio di Davide abbia pietà!», sono due. Tutti i presenti rivelano preoccupazione e imbarazzo, specie l’uomo in rosso che solleva le mani scandalizzato. Il cieco si deve calmare. Deve tacere.
Cristo però non è dello stesso avviso. Egli, solitamente restio a farsi conoscere, sembra qui dare via libera alla rivelazione della sua identità, sembra anzi sottolineare la verità delle parole del cieco: sì, egli è il figlio di Davide. Il titolo indicava Salomone, venerato dalla tradizione giudaica come taumaturgo ed esorcista, ed era applicato anche al Messia, che si sarebbe manifestato quale taumaturgo per eccellenza.
Ci troviamo ancora una volta di fronte a una guarigione densa di rimandi simbolici. Il cieco chiama Cristo col titolo di Nazareno, rimandando il lettore alle prime pagine del Vangelo. Marco, in tal modo, mette in guardia il catecumeno: qui si riconosce il vero discepolo, colui che veramente ha risposto alla chiamata del Nazareno. L’ora, ormai vicina, della rivelazione dell’identità di Gesù è anche l’ora della verità circa l’identità del discepolo. Gesù, infatti, pone al cieco una domanda: «che cosa vuoi che io ti faccia?». È la stessa domanda che Gesù rivolge ai due figli di Zebedeo quando chiesero di sedere uno alla sua destra e una alla sua sinistra. È una domanda tesa a comprendere quale figlio di Davide si stia cercando, quale tipo di Messia stia cercando il discepolo che ha seguito il cammino di Marco fin qui. È, in fondo, la domanda a cui tutto il Vangelo di Marco risponde.
Lo scandalo suscitato dall’invocazione figlio di Davide abbia pietà di me, la dice lunga sul senso che Israele dava a questo titolo. Il Messia, il figlio di Davide, era pensato come un uomo di potere, come Colui che avrebbe ristabilito, in senso strettamente politico oltre che spirituale, il Regno di Davide.
Per questo Poussin fa compiere a Gesù un gesto strano: più che toccare l’occhio del cieco, più che imporgli la mano è come se lo tenesse lontano scrutandolo con uno sguardo indagatore: che cosa vuoi che io ti faccia? Cioè: quali sono le tue attese?
Il cieco, che per andare verso Gesù aveva gettato via il mantello, risponde dandogli il titolo di Rabbunì, forma superlativa di Rabbì, un titolo solenne che l’ebreo dava a Dio stesso, Maestro per eccellenza. Il mantello è simbolo della vita della persona che lo indossa, tanto che, in caso di debito, la legge proibiva di tenerlo in pegno. Il cieco, gettando via il mantello, gettando via cioè la sua vita, la sua mentalità, dimostrava di accogliere pienamente la novità della Parola e della proposta di Gesù. Egli lo riconosce nella sua identità più profonda di Signore. Non a caso il titolo di Rabbunì compare anche nel Vangelo di Giovanni sulle labbra della Maddalena mentre, chiamata per nome, riconosce il Risorto.
Proprio perché ultima tappa, e tappa obbligatoria prima di accedere ai luoghi santi di Gerusalemme, Gerico era spesso gremita di poveri, storpi e malati. I giudei osservanti si sentivano obbligati, infatti, a praticare l’elemosina in prossimità della Pasqua e pertanto ciechi e medicanti, come il nostro Bartimeo, solevano accovacciarsi lungo la strada nella speranza che qualche pellegrino li beneficasse.
Una scena così ce la offre il pittore Lucas van Leyden, rinomato incisore ed esponente della pittura di genere olandese (Figura 2 - Cristo guarisce il cieco 1531. Olio su tela trasferito su legno. Hermitage, San Pietroburgo). Egli dipinge il tratto di strada che separa Gerico da Gerusalemme molto probabilmente per l’ospedale di Leiden, sua città natale, affinché i malati potessero identificarsi con i tanti malati del vangelo che dalla Gerico delle loro sofferenze attendevano di salire alla Gerusalemme della salute.
La valle di Gerico, circondata da alberi ombrosi, si colora di toni scintillanti che caricano la scena di drammaticità. Azzurrine e lievi, avvolte da nubi bianchissime, appaiono invece le cime del monte Sion all’orizzonte. Siamo lontani dalla verità storica dei luoghi santi. Qui l’autore colloca l’episodio dentro il paesaggio olandese, suggerendo così l’applicazione nell’oggi del fatto evangelico.
Il tratto di strada è gremito di gente. Tra i pellegrini ben vestiti e placidamente in cammino si scorgono poveri, mendicanti, donne con bambini, seduti lungo il ciglio della strada. Gesù e il cieco sono al centro della tela. Si è fatto come un improvviso vuoto attorno a loro forse per le grida del cieco e la scena è colta nel momento della guarigione.
Qui, Gesù, diversamente dall’episodio del cieco di Betsaida, non tocca il malato, non compie alcun gesto significativo. Di scena è la sola parola: Va’ la tua fede ti ha salvato.
Anche van Leyden non ci mostra alcun gesto di Gesù sul cieco. È il cieco stesso che si porta la mano agli occhi quasi a certificare l’avvenuta guarigione (o a dichiarare la propria cecità).
Egli ora ci vede non per la potenza di un gesto taumaturgico, ma per la forza della Parola. Così, infatti, era detto dei tempi messianici: quello che Dio aveva compiuto nei giorni dell’Esodo, si ripeterà nella Pasqua del Messia.
«Quando Israele uscì dall’Egitto, il Santo, sia benedetto, voleva dare loro la Torah, ma vi erano fra loro ciechi, sordi e zoppi. Disse il Santo, sia benedetto: la Torah, è tutta integra come sta scritto: la Torah di Dio è perfetta (sal 19,8) e io dovrei darla a questa generazione di infermi?... che fece dunque il Santo, sia benedetto? Prima lì guarì e poi diede loro la Torah. Da dove si deduce che li guarì? dal fatto che chi era cieco cominciò a vedere, come sta scritto: Tutto il popolo vedeva; chi era sordo divenne capace di udire, come sta scritto: Tutto ciò che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo. (Es 24, 7); e chi era zoppo fu risanato, come sta scritto: Se ne stavano in piedi alle falde del monte (Es 19, 17). Ecco, io per voi rinnovo ogni cosa e vi do come un esempio del mondo futuro. Come in futuro si apriranno gli occhi dei ciechi (Is 35, 5) così pure qui tutto il popolo vedeva. Come in futuro le orecchie dei sordi si schiuderanno (Is 35, 5), così pure qui dissero: Tutto ciò che il signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo. Come in futuro lo zoppo salterà come un cervo (Is 35, 6) così pure qui Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio, e se ne stavano in piedi alle falde del monte. Come in futuro griderà di gioia la lingua del muto (Is 35, 6) così pure qui tutto il popolo rispose insieme (Es 19,8)» (Pesiqta de - Rav Kahana vol. I, 12, 19 p. 217-218).
Il futuro a cui si va incontro nella prossima Pasqua, è certificato dal bimbo che tiene l’ormai inutile bastone del cieco e guarda Gesù diritto in volto.