Il Risorto: La testimonianza di Giuseppe
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C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme (Mc 15,40-41).
La finale di Marco è dominata dal silenzio.
Il pittore francese Gérôme dipinge una crocifissione (Figura 1) estremamente suggestiva che ci trasmette in tutta la sua serena drammaticità il sapore della narrazione marciana. [Jean-Léon Gérôme, Golgotha Consummatum est, 1867, Olio su tela, Parigi Museo d'Orsay]
Del calvario non si vede che la collina. Il centurione, a cavallo, con un suo commilitone si allontana. Si allontanano anche le donne, confuse fra la folla dei curiosi, ma uniche a voltarsi indietro. Le croci sul momento non si vedono, ma poi d'improvviso, seguendo il bagliore di luce alla destra del dipinto, scorgi le tre impressionanti ombre che si disegnano sulla roccia.
Anche Marco lascia così il suo lettore: dopo il grido di Cristo, dopo il grido del Centurione ecco il silenzio della risposta umana. Tutti sono lontani dalla croce e rimane il discepolo a confrontarsi con quella morte, con quel Condannato, invitato - anche lui - a lanciare il grido della professione di fede.
La testimonianza di Giuseppe
Un grido silenzioso di risposta Marco lo registra in un membro del sinedrio, uno che - come il centurione - appartiene alla schiera degli accusatori, di quanti hanno decretato la morte di Gesù: Giuseppe d'Arimatea. Questo autorevole membro del consiglio fa la sua professione di fede dentro a un gesto ardito. Spesso Marco - come abbiamo visto - fa seguire ad un enunciato un fatto che lo incarni.
Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse gia morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto (Mc 15,42-47).
Si potrebbe pensare che fosse, tutto sommato, facile per un centurione gridare la propria fede davanti a un condannato e a pochi altri, ma a dimostrazione del contrario, Marco registra il gesto coraggioso di Giuseppe d'Arimatea. Queste due professioni di fede, una nella confessione pubblica l'altra nella forza di un gesto, dimostrano che l'evento della croce rivela la vera identità del Signore Gesù e l'identità del vero discepolo.
Fu sicuramente ardimentoso richiedere a Pilato il corpo di Gesù. Il diritto romano proibiva la rimozione dei cadaveri dei condannati che talvolta venivano sorvegliati finché non fossero divorati dagli animali selvaggi. In caso di delitto di «maiestas», come appunto quello di Gesù, veniva addirittura interdetta l'onoranza funebre. I condannati alla croce morivano lentamente e qualcuno sottratto prima del tempo dalla croce poteva anche essere salvato. Per questo, annota Marco, Pilato si meravigliò che Cristo fosse già morto.
Giuseppe d'Arimatea si comporta, del resto, come un perfetto osservante: i giudei, come attesta Giuseppe Flavio «sono così preoccupati della sepoltura dei morti che staccano e seppelliscono prima del tramonto persino i cadaveri dei condannati alla crocifissione» (Giuseppe Flavio La guerra giudaica 4, 5, 2 Pr. 317). Il Deuteronomio (21, 22-23), prescriveva, infatti, che un condannato a morte fosse seppellito la sera stessa dell'avvenuta esecuzione.
Sopraggiunta ormai la sera, annota Marco e doveva essere ben inoltrata quella sera dal momento che Giuseppe ebbe il tempo di comperare un lenzuolo e di organizzare la sepoltura. Chiosa non casuale che rimanda a un'altra sera - quella del Getsemani - e a un altro lenzuolo - quello abbandonato nel giardino.
Rembrandt, che ha dedicato ben quattro tele alla deposizione e sepoltura di Cristo, le realizza tutte immerse in una calda luce notturna dove, come in Marco, il biancore del lenzuolo s'innalza come vessillo dorato. Di queste prendiamo in esame due tele ora nella Pinacoteca di Monaco che descrivono in sequenza due momenti: la deposizione dalla croce (Figura 2) e la sepoltura del corpo di Cristo. (Figura 3) Le tele fanno parte di un ciclo dedicato alla Passione di Cristo, composto da sette dipinti e commissionato dallo stadhouder Federico Enrico d'Orange. Nonostante la committenza sia documentata da ben sette lettere dello stesso Rembrandt, non se ne conosce chiaramente la storia e le motivazioni. Sappiamo solo che il pagamento da parte dello stadhouder fu quanto mai difficoltoso.
L'illuminazione [Rembrandt, Deposizione dalla Croce, 1632-1633, Olio su tavola, Alta Pinacoteca, Monaco] esprime tutta la drammaticità del momento. Alcuni discepoli stanno calando il corpo di Gesù dalla croce, tra essi si riconosce il giovane Giovanni e, forse, in alto Giuseppe d'Arimatea, mentre l'uomo in piedi intento ad osservare la scena potrebbe essere il centurione. Sul lato destro, nella più completa oscurità, alcune donne sorreggono la Madre di Gesù colta da malore. La dottrina cattolica della controriforma rifiutava lo svenimento di Maria, eppure fu un elemento caro alla iconografia occidentale. È certo che qui l'episodio carica di realismo l'operazione, il corpo di Cristo è ancora mobilissimo, segno della velocità con cui fu tolto dal patibolo, ma la sua forma scomposta denuncia indiscutibilmente l'avvenuto decesso. Protagonisti dell'operazione sono i discepoli mentre le donne, come registra Marco, stanno a guardare. La lontananza spaziale sottolineata dall'evangelista è resa qui come lontananza dall'azione.
La veridicità della morte di Cristo si rileva anche nella tela successiva, [Rembrandt, Deposizione nel Sepolcro, 1635- 1639 Olio su tela, Alta Pinacoteca, Monaco] quella della Sepoltura dove l'accentuazione del dramma è affidata a uno scorcio prospettico che si apre oltre l'imboccatura della grotta, e che rivela la scena del Calvario, con le tre croci ancora innalzate.
La scena è vista da dentro il sepolcro e trova coinvolti nell'azione della sepoltura discepoli e diverse donne. Marco ne nomina solo due Maria di Magdala e Maria madre di Joses, forse per sottolineare la pericolosità del momento e l'assoluta discrezione di Giuseppe d'Arimatea. La desolazione dipinta da Rembrandt sui loro volti dice tutta la drammatica verità del momento: con la pietra che presto rotolerà sopra l'imboccatura della grotta, rotolona via anche le speranze di una salvezza umana. Per coloro che attendevano il regno di Dio è un momento di grande amarezza che conferisce perciò alla dedizione con cui si occupano del Signore la valenza di una testimonianza di fede e di amore.