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Primo quadro. L’arresto: il rabbi e il traditore

Fonte:
CulturaCattolica.it
(Mc 14, 43-52)

E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò. Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l'orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!». Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

Siamo nell'orto degli ulivi. Gesù ha vegliato solo e ha appena annunciato lo scoccare dell'ora: Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino.
Giotto, nell'affresco dell'arresto, mette drammaticamente al centro il bacio del traditore. Le guardie accerchiano i due e con i loro elmetti, stringono Gesù come in una morsa. (Figura 1) Nell'angolo destro uno dei sacerdoti, da cui Giuda aveva ricevuto il compenso per il tradimento, indica il Signore e anche Pietro, sul lato opposto dell'affresco mentre taglia l'orecchio di una delle guardie contribuisce, suo malgrado, a segnalare Gesù. Impressiona il contrasto tra il volto di Gesù e quello di Giuda. Come Marco, Giotto mette a confronto discepolo e Maestro. Gesù, dal profilo sereno e maestoso sostiene lo sguardo del discepolo. Giuda dalla fronte rientrante e il profilo scimmiesco, ha l'occhio rivolto a Gesù, ma in realtà non lo guarda. È come perso nel vuoto dei suoi pensieri. Una guardia di spalle afferra un mantello. È il lenzuolo di cui parla Marco che il misterioso giovane discepolo lascia cadere, scappando via nudo. Nonostante la drammaticità del momento la scena emana grande solennità, una solennità più vicina alla narrazione di Matteo che non a quella di Marco, il quale invece in quest'ora di tenebre lascia emergere tutta la follia umana e la solitudine del Salvatore.

Un pittore italiano vissuto a cavallo tra il 1500 e il 1600 (presso la cui bottega si formarono grandi pittori tra i quali, nell'ultimo decennio del XVI secolo, il Caravaggio), Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino, riproduce più fedelmente lo stile narrativo marciano. (Figura 2)
Il giardino prima deserto, dove Gesù era rimasto solo di fronte al suo destino di morte e di gloria - un destino che nella sua tela «L'agonia nell'orto» [L'agonia nell'orto ca. 1597-98 Olio su tela, 53 x 76.2 cm Mrs. F. F. Prentiss Fund]Cesari riassume nell'apparizione di un angelo che avvolto di luce dorata porge a Gesù una pesante croce di legno -, si affolla improvvisamente per il sopraggiungere delle guardie capitanate dal traditore, ora finalmente noto: Giuda.

L'arresto, descritto da Cesari in una tela che ora si trova al Museo di Kassel in Germania, (Figura 3) [Cristo fatto prigioniero c. 1597. Olio su pannello di noce, 89 x 62 cm Staatliche Museen, Kassel] si svolge nella concitazione generale, dove soldati, discepoli, lance e bastoni si agitano in modo confuso. Solo la notte sullo sfondo appare calma e stellata e la luna bianchissima illumina con bagliori diafani tutta la scena. Gesù, al centro è bellissimo e solenne. Giuda lo ha già indicato con il bacio empio, ma il Cavalier d'Arpino non fissa quest'attimo. Egli ritrae invece, con tutta probabilità, il traditore mentre si allontana velocemente lasciando che il suo mantello giallo (il colore del tradimento con cui anche Giotto veste Giuda) baleni nella notte, come triste bandiera.

Di giallo è rivestito, del resto, anche Pietro. Anche per lui questa notte segna il rivelarsi della sua distanza dal Maestro. La tradizione iconografica più antica lo raffigurava piccolo, mentre feriva il servo del sommo sacerdote, proprio per significare la distanza tra lui e il Maestro (si veda ad es. la cattura dei mosaici di san Marco a Venezia). Giuda aveva chiamato così Gesù, mentre lo baciava: Rabbi. In quest'ora Cristo è più che mai il Rabbi, un Rabbi abbandonato dai suoi discepoli. Pietro infatti, in un impeto di coraggio misto a rabbia, si avventa contro un servo di nome Malco (come ci rivela Giovanni), invano Cristo allunga il braccio per fermarlo: l'arma è innalzata, tra poco l'orecchio di Malco verrà reciso. Colui che ha insegnato apertamente davanti alle folle, che nulla ha tramato nel buio, nel buio viene catturato, nel silenzio della notte viene tradito. Così si compie la Scrittura e Marco, a differenza di Matteo, coglie l'attimo di questo adempimento: Si adempiano dunque le Scritture!» Seguono a comprova di ciò due immagini: Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.
Mentre si recava al Getsemani con i suoi Gesù aveva indicato il passo scritturistico che si sarebbe di lì a poco realizzato: Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Pietro aveva reagito promettendo fedeltà assoluta, ma Gesù l'aveva smentito profetizzando il suo rinnegamento. Ora, qui, la Scrittura si compie: tutti fuggono abbandonandolo e Pietro si comporta come uno incapace di comprendere l'inevitabile compiersi dell'ora per la quale Gesù era venuto.

Nella tela di Cesari, infatti, a parte Pietro e Giuda non si vedono altri discepoli attorno a Gesù, ma seguendo lo svolazzare del mantello di Giuda e la direzione del suo volto si scorge, tra il luccichio degli elmetti di alcune guardie, un discepolo in fuga preceduto sicuramente da tutti gli altri, ormai lontani.
Accanto alla colluttazione di Pietro con il servo, un giovinetto fugge via nudo, abbandonando alla notte il lenzuolo (letteralmente la sindone) di cui era rivestito. Il Cavalier d'Arpino è uno dei pochi a fissare in una tela questo tratto tipico di Marco. Il giovane, come si è detto fin dall'inizio, può rappresentare il ritratto dello stesso Marco che, come usano molti grandi autori, ha voluto inserire una sorta di firma al termine della sua opera. Nel più ampio quadro della narrativa marciana possiamo, tuttavia, scorgere in esso anche un riferimento cifrato al compiersi ultimo di questo evento. Era necessario che il Cristo soffrisse (come dirà Gesù stesso ai due di Emmaus nel Vangelo di Luca) per entrare nella sua gloria. La luce bianchissima della sindone che Giuseppe Cesari dipinge, sigilla la promessa della risurrezione in cui il Cristo, abbandonando l'oscurità del sepolcro, entra con il suo corpo di uomo nella gloria.

Cristo è solo, ma nella rotazione del suo corpo segnala i punti chiave di tutta la scena: con il corpo e la mano sinistra, che resta nascosta dietro il soldato, indica indirettamente il traditore; con l'altra mano addita Pietro, volendo impedire il gesto violento; mentre con il volto radioso, Cristo si rivolge verso il giovinetto nudo. Anzi la torsione del corpo e la posizione del volto del ragazzo è molto vicina a quella di Gesù e sul lenzuolo, che ancora per poco lo avvolge, si concentra e insieme rimbalza tutta la luce diafana che irradia la scena. Contemplando questo giovane in fuga scorgiamo un'altra luce, più calda, dorata, del tutto simile a quella che dell'aureola che circonda il capo del Salvatore. A terra, infatti, una scia luminosa disegna il percorso del fuggiasco collegandolo a una grotta posta sullo sfondo. Dietro la ciurma di guardie che attorniano Cristo, il Cavalier d'Arpino, ha dipinto una grotta scavata nella roccia, immersa in un giardino. È la profezia di quel sepolcro nuovo che presto Cristo abbandonerà, lasciando a testimonianza della sua risurrezione quella stessa sindone che ora balena nel buio di un arresto senza legalità.

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