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Il Signore della Nuova Alleanza

Fonte:
CulturaCattolica.it

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci
Il terzo arco narrativo del Vangelo di Marco è dominato da una luce pasquale, con i due miracoli della moltiplicazione dei pani e la rivelazione di Gesù Signore.

La sezione si apre con la prima esperienza missionaria degli apostoli chiamati, per la prima volta dopo la loro istituzione (cfr Mc 3, 13-19), i dodici:



Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando. Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano (Mc 6, 6b-10).


Il riferimento pasquale è evidente: i missionari del vangelo non possono attardarsi in precauzioni inutili, camminano guidati dalla provvidenza, con i fianchi cinti e il bastone in mano, camminano in fretta, proprio come nell'antica pasqua.
In questo clima pasquale si colloca la prima moltiplicazione dei pani:


Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini
(Mc 6, 30-44).


Come dopo la celebrazione della Pasqua il popolo fu condotto nel deserto per conoscere quello che aveva nel cuore, così i discepoli dopo la missione vengono invitati a fare una sosta contemplativa, nel deserto. L'annuncio missionario viene pertanto strettamente legato alla conoscenza intima e contemplativa di Gesù. Il missionario è anzitutto un contemplativo, testimone di un incontro.
Impressionano le continue sottolineature di Marco rispetto alla solitudine del luogo: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'». […] Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. […] «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi».
Se Marco, solitamente così sobrio, così rapido nel tratteggiare i vari episodi, s'attarda a descrivere l'aspetto desertico del luogo cercato da Gesù e dai suoi, significa che il particolare ha una valenza simbolica. Che poi questo deserto nasconda ben altri significati, lo dimostra il fatto che la solitudine dei dodici dura ben poco. Una grande folla infatti si raggruppa rapidamente attorno ai dodici e al loro maestro a tal punto da suscitare in Gesù profonda commozione.
È la compassione per questo gregge senza pastore che provoca il miracolo del pane. Il gregge, il deserto la compassione divina, temi che rimandano all'esperienza dell'Esodo, luogo della prova e dell'innamoramento, luogo dove il popolo stipulò l'alleanza con il suo creatore ricevendo la Torà.

L'episodio della moltiplicazioni dei pani è riletto in chiave pasquale anche nella sala Superiore della Scuola Grande di san Rocco a Venezia dal grande Tintoretto. (Figura 1) [Il miracolo dei pani e dei pesci, 1578-81 - Olio su tela, 523 x 460 cm. Scuola di San Rocco, Venezia]
La Confraternita di san Rocco, una delle Confraternite maggiori in Venezia (chiamate appunto anche Scuole), volendo affrescare le sale dell'Albergo dove si svolgevano le varie attività, indisse un concorso aperto ai migliori artisti della città. Tintoretto con uno stratagemma, realizzando cioè a tempo record una tela per il soffitto avente per soggetto san Rocco nella gloria e donandola alla confraternita in segno di devozione, riuscì non senza provocare le ire di altri ad assicurarsi la committenza dell'intero lavoro.
Ci resta così una preziosa documentazione dell'artista che pur essendosi fatto aiutare spesso da molti collaboratori, nonché dai propri figli, tenne gelosamente per sé il lavoro per la confraternita divenendo anche membro della stessa.
I dipinti della sala Superiore dell'Albergo presentano dunque un tema unitario, ben orchestrato dove, da Adamo ed Eva fino all'Ascensione, l'intera economia della salvezza viene rivisitata in chiave cristologia, seguendo lo stile e il "sentire" della predicazione del tempo. Così nel comparto sopra l'altare, Tintoretto dipinse l'episodio della Pasqua degli ebrei, mentre in stretta connessione con esso, sulle pareti egli collocò la tela della moltiplicazione dei pani (a destra) e quella dell'ultima cena (a sinistra).

Tintoretto ci offre così una suggestiva rilettura del miracolo, collocato - proprio come nel Vangelo di Marco - entro la cornice della pasqua
Sotto il tramonto di un cielo rossastro che carica di intimità la scena ed evoca l'offerta della vita del Salvatore, una folla di uomini, donne e bambini circonda un piccolo dosso. Sopra di esso, in piedi eppure chino verso un ragazzo, si scorge Gesù. Un apostolo accompagna dal Signore il fanciullo che reca i cinque pani e i due pesci. Il movimento dell'apostolo è speculare a quello di Gesù cosicché il ragazzo, con l'albero che sta dietro di lui, viene a trovarsi al centro di un punto luminoso che rappresenta il perno della scena.
Tutto ruota lì attorno a quell'offerta di cinque pani e due pesci che nasconde la chiave interpretativa dell'episodio. I due numeri, infatti, rimandano alla Tanak, la bibbia ebraica composta da tre parti (la torà, i profeti e gli scritti) che possono essere riassunte in due numeri: i cinque libri della torà e gli altri due libri.
Gesù è carico di compassione per questa folla affamata e somministra il pane della Parola di cui il pane materiale è segno e promessa. I cinque pani e i due pesci moltiplicati per la folla sono dunque il segno della pienezza che la prima alleanza, raggiungerà nell'alleanza di Cristo. Egli, Parola fatta carne, ricapitola tutta quanta la Parola antica, conferendole senso e prospettiva ultima. A questo desiderio di compimento allude la fiduciosa attesa della folla radunata attorno al colle del miracolo così intensamente raffigurato da Tintoretto.

Le dodici ceste di pane avanzato indicano quanto la realtà del miracolo abbia superato le attese raggiungendo non solo i presenti, ma Israele nella sua interezza, significato nel numero dodici. Alla luce di questa simbologia numerica si comprende come questa redazione del miracolo sia sorta indubbiamente in ambito giudaico. Le dodici ceste di pani avanzati, alludono alla straordinaria diffusione che questa Parola, grazie alla missione dei dodici, avrà in mezzo al popolo. Anche il luogo desertico così insistentemente evocato da Marco rivela il suo profondo significato. Come afferma la tradizione rabbinica: "Dio ha dato la Torah a Israele nel deserto e non nel suo paese, per proclamare così che essa appartiene a tutte le nazioni. chiunque lo desidera può appropriarsene" (Mekiltà a Esodo 10, 1).

La folla sedette a gruppi ordinati sull'erba verde. Tale osservazione tradisce senz'altro la narrazione di un testimone oculare che ha fissato nella memoria l'immagine di una folla disseminata sopra un vasto prato. La sottolineatura però non è casuale ma evoca quei pascoli verdeggianti a cui guida il Dio pastore, cantati nel salmo 23, e contrasta con la menzione iniziale del luogo solitario la quale evocava invece l'esperienza del deserto. Anche la disposizione ordinata a gruppi di 50 rimanda all'esodo (cfr. Dt 1, 15) e si oppone alla prima immagine che Gesù ebbe di quella stessa folla: pecore senza pastore. Gesù è venuto per radunare quanti erano dispersi: attorno alla sua Parola, attorno al suo Corpo si raduna un nuovo popolo e quanti vagano nel deserto e nell'ombra di morte trovano ristoro e vita. Tintoretto non raffigura né il verde scintillante del prato, né si attarda a descrivere la folla ben ordinata in gruppi di cinquanta, egli rende l'immagine del Dio Pastore mediante il movimento della luce e delle forme. Tutto converge a Cristo: la torsione dei busti in primo piano, l'inclinazione del piccolo pendio, il lieve curvarsi degli alberi, mentre il popolo sullo sfondo è avvolto dalla stessa luce calda che circonda il capo del Salvatore.

Prese le offerte Cristo, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero: sono i gesti dell'ultima cena, volutamente ripresi qui dall'evangelista che rilegge il miracolo come prefigura dell'Eucaristia. Allo stesso modo il Cristo del Tintoretto indica con la mano destra un punto lontano, fuori della tela stessa, indica la tela di fronte, raffigurante l'ultima cena. Il miracolo del pane si colloca tra la pasqua ebraica (presente nella tela del soffitto) e la pasqua cristiana rivelando insieme la continuità e la novità dell'Incarnazione. La Parola fatta carne si è fatta pane per la fame di molti, dentro e fuori Israele.

I discepoli, che pure furono protagonisti del miracolo, tuttavia non compresero la portata universale dell'evento. Lo sottolinea l'episodio seguente, riportato anche da Matteo e Giovanni:


Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull'altra riva, verso Betsàida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, gia verso l'ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «E' un fantasma», e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: «Coraggio, sono io, non temete!». Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò. Ed erano enormemente stupiti in se stessi, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito (Mc 6,45-52).


L'allusione finale al fatto dei pani mette in stretta relazione i due eventi. Gesù, il nuovo Mosè, il Dio pastore che sazia il popolo con il pane della sua Parola oltre che con il pane materiale, non è il Deus ex machina che mette al riparo il popolo da ogni sofferenza, è il Signore della storia che cammina sulle avversità aiutando l'uomo a dare un senso alle tempeste della vita.
È ancora l'artista cadorino che ci permette di vedere la scena in una tela presente oggi alla National Gallery di Washington. (Figura 2) [Cristo sul mare di Galilea, c. 1575/80 - Olio su tela, 117 x 168.5 cm, National Gallery of Art, Washington]
In un mare minaccioso Gesù, disceso dal monte, raggiunge i suoi camminando sulle acque. L'evangelista Matteo, che tiene l'obiettivo fisso su Pietro, narra qui del tentativo da parte del primo degli apostoli di camminare sulle acque incontro a Gesù, anche Tintoretto lo accenna in questa tela ritraendo Pietro nell'atto di scendere dalla barca. Marco invece concentra tutta la sua attenzione su Gesù. Cristo non è semplicemente Uomo, non è il Messia che gli ebrei si attendono: è il totalmente Altro. Cristo e il Dio del Sinai sono una cosa sola. Gesù, infatti, proprio come il Dio dell'esodo cantato dai salmi (cfr sal 77, 20), cammina sulle grandi acque mentre le sue orme rimangono invisibili. Marco rimane quindi nell'ambito degli eventi pasquali, là il mar rosso, qui il lago di Genezaret, là gli egiziani, qui una comunità cristiana (quella a cui Marco si rivolge) che soffre le persecuzioni. Ma come là, nell'esodo fu rivelato al popolo il nome di Dio così qui Marco pone la prima grande rivelazione della vera identità di Gesù: «Coraggio, sono io, non temete!». Sono io, cioè - nell'originale greco - «Io sono» lo stesso impronunciabile nome di Dio.
Nella tela del Tintoretto la Signoria di Cristo traspare dalla posizione ieratica di Gesù e dal gesto della mano destra: un dito puntato verso il cielo, il mare e gli uomini. Cristo è inequivocabilmente il Kyrios, il Signore che, compiendo il gesto del Dio creatore, rinnova la creazione. I suoi discepoli non comprendono questo perché, annota ancora Marco, non avevano capito il fatto dei pani a causa del cuore indurito. Mostrandosi Signore del creato Gesù preparava i suoi al Mistero dell'Eucaristia: un segno materiale, un segno quotidiano, sarà nella nuova Alleanza il luogo della sua Presenza e della sua manifestazione.

La redazione del miracolo in ambiente pagano
Quello che i discepoli non capiscono lo comprende una donna Cananea:


Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non potè restare nascosto. Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola và, il demonio è uscito da tua figlia». Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n'era andato (Mc 7, 24-30).


Descrive bene lo stupore di Gesù di fronte alla fede di questa donna pagana, Mattia Preti, pittore calabrese del XVII secolo, che seguì la lezione del Caravaggio e del Guercino. (Figura 3) [Mattia Preti, Cristo e la Cananea - Sec. XVII (1650-1660; databile) Olio su tela - cm 100 x 151]
Il cane tra Gesù e la donna ricorda il dialogo tra i due. Gli ebrei, infatti, associavano i pagani ai cani perché animali considerati impuri. Gesù scoraggia questa donna ricordandole che la sua condizione pagana rende impossibile a lui, ebreo, di operare il miracolo. La donna non si dà per vinta dichiarandosi pronta a confidare nelle briciole della potenza di Gesù, come il cane confida nella mollica che cade dalla tavola del padrone. La fede della Cananea fa leva sul cuore di Dio e la sua parola umana strappa alla Parola divina la salvezza. Non a caso Marco pone sulle labbra di questa donna pagana il titolo post-pasquale di Signore. Egli, che si rivolge a una comunità cristiana proveniente per lo più dal paganesimo, addita questa donna come esempio, mostrando ancora che non la carne e il sangue ma il cuore e la fede giungono a riconoscere il Salvatore. L'episodio funge anche da introduzione alla seconda redazione della moltiplicazione dei pani e dei pesci che a differenza della prima avviene in un contesto pagano:


In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. 10 Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta (Mc 8, 1-10).

Pur nella costruzione sostanzialmente identica dell'episodio (tale da farlo sembrare sulle prime un doppione) s'impongono ad uno sguardo più attento alcune sostanziali differenze. Anzitutto sono annullate tutte le descrizioni topografiche, non si parla né di deserto né di erba verde; non viene poi specificato il numero dei pesci, mentre viene mutato in sette il numero dei pani e, infine, al posto del gesto della benedizione Gesù compie sui pani quello del rendimento di grazie.
Per tali differenze questa redazione ebbe molto successo presso i cristiani provenienti dal paganesimo e lo attestano numerose testimonianze dell'arte catacombale. Nel sarcofago di Adelfia, (Figura 4) ad esempio, scoperto nelle catacombe di S. Giovanni a Siracusa il 12 giugno 1872, e risalente al IV secolo, troviamo un'efficacissima e sintetica raffigurazione del miracolo.
Gesù, senza barba cioè con i tratti del dio Apollo, si trova tra Pietro (alla destra di Gesù) e un altro discepolo. Anche qui ogni ambientazione è annullata e si dà rilevo al gesto di Gesù e alle sei sporte avanzate ai piedi degli apostoli, la settima la tiene san Pietro tra le mani.
Il gesto benedicente di Cristo rimanda all'Eucaristia, cioè al rendimento di grazie, così come veniva chiamata la fractio panis in ambiente greco. Nella precedente redazione avevamo invece la benedizione, cioè la berakà, preghiera tipica degli ebrei prima dei pasti. Se i cinque pani e i due pesci della prima redazione richiamavano la Tanak, qui i sette pani alludono alla legge noachica, quella cioè che secondo il diritto ebraico i pagani erano tenuti a rispettare. Noachica perché fatta tradizionalmente risalire a Noè e composta di sette comandamenti che riassumono la legge morale dell'uomo, quella inscritta nelle coscienze. Anche il libro degli Atti ne fa menzione quando nel primo Concilio, a Gerusalemme, discussero le modalità dell'ingresso dei pagani all'interno della Chiesa (cfr. At 15, 20.29 si veda anche At 21,25). Sette inoltre era il numero delle popolazioni che Giosuè trovò insediate nella terra promessa all'arrivo del popolo eletto, quindi nel numero sette sono simbolicamente inscritte tutte le popolazioni allora conosciute.
Operando una seconda edizione del miracolo in terra pagana, che vede moltiplicarsi il numero sette, Gesù afferma di essere venuto per la fame di ogni uomo. La sua Signoria si estende a tutti i popoli della terra, non solo a quelli noti, ma anche quelli sconosciuti a cui la misteriosa località di Dalmanuta, verso la quale Gesù si dirige, sembra alludere.

Conclusione
Marco, approssimandosi al cuore del suo Vangelo (la cui metà esatta è collocata nel momento della professione di fede di Pietro), giunge al culmine della rivelazione dell'identità di Gesù, invitando i discepoli a superare la categoria ebraica di Messia per aprirli alla dimensione universale della missione di Cristo. Egli, il Nazareno, il figlio di Maria, è anche e soprattutto il Santo, figlio di Dio, Signore del cielo e della terra, Uno con il Padre, venuto per compiere le antiche alleanze (quella noachica e quella mosaica) in una alleanza nuova ed eterna.

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