Secondo quadro. Il processo religioso: Cristo e Pietro
- Autore:
- Curatore:
- Fonte:

Il secondo quadro ha come cornice il palazzo del sommo sacerdote. Gesù viene condotto davanti al Sinedrio, mentre Pietro resta fuori. Si consuma qui il processo religioso. Falsi testimoni avanzano accuse varie e discordanti, ma solo una prevale, quella legata al tempio: Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo.
Gesù tace fino a che il sommo sacerdote non gli rivolge la domanda esplicita: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: «Indovina». I servi intanto lo percuotevano (Mc 14, 62-65).
La risposta di Gesù alla domanda del sommo sacerdote è disarmante: Io sono, ego eimi, e perché nessuno dei presenti potesse equivocare rincara la dose: «sono quel figlio dell’Uomo di cui parla Daniele, figura misteriosa che ora io rivelo pienamente: io siederò alla destra della Potenza, vale a dire siederò alla destra di Dio». La reazione è immediata, l’accusa di bestemmia inevitabile. Cristo viene condannato a morte e schernito.
Gesù dopo essere stato bendato (e Marco è l’unico a riportarci questo particolare), viene percosso e costretto a riconoscere l’aggressore. La beffa è chiara: colui che, attribuendo a se stesso l’impronunciabile nome di Dio, ha osato paragonarsi all’Onnisciente, ora non sa vedere oltre una benda e riconoscere chi lo percuote.
In forte contrasto con la piena manifestazione di se stesso da parte di Gesù Pietro fuori, nel cortile, interrogato dai servi si nasconde e rinnega.
Duccio in due pannelli del verso della Maestà, (Figura 1) opera un confronto serrato fra la testimonianza di Cristo e la contro testimonianza di Pietro. Come in una sequenza filmica egli descrive la scena in due tempi. Nel pannello superiore, all’interno del palazzo di Caifa, Cristo è in piedi, solenne, ha appena dichiarato di essere il messia, Figlio di Dio benedetto e il sommo sacerdote si strappa le vesti di fronte alle urla scandalizzate degli anziani e degli scribi. L’abito di Gesù, rosso, e il mantello blu dichiarano la sua identità. I colori sono stati diversamente interpretati. Alcuni vedono nel rosso, colore della regalità e della nobiltà, il segno della divinità di Gesù, mentre nel blu, colore del cielo e del mare, l’umanità. Altri, interpretando il rosso come simbolo del sangue e, dunque della vita (come vuole la simbologia biblica), leggono in esso il segno dell’umanità, mentre nel blu, colore del Cielo (luogo dove Dio simbolicamente risiede), il segno della divinità. In ogni caso i colori delle vesti sono rivelatori dell’identità di Cristo: egli è il Messia, il Figlio dell’uomo ma anche il Salvatore atteso, è il Verbo di Dio che sta presso il Padre e che, ora, presso di Lui ritornerà.
Fuori, nel cortile del palazzo, Pietro interrogato, nasconde il volto dietro il suo mantello verde (colore ambivalente della morte, ma anche della veste degli eletti). Chi lo interroga chiama Gesù col titolo di Nazareno riportando implicitamente Pietro ai giorni della sua chiamata. Lui pescatore, sulle rive del mar di Galilea aveva riconosciuto in questo rabbi il Messia che ora si manifesta apertamente. Ma Pietro non è ancora in grado di rendere ragione della sua fede. Dovrà venire la croce e con essa il dono dello Spirito. Per ora Pietro si nasconde e rinnega.
Nel pannello sottostante (Figura 2) Duccio descrive l’epilogo: Cristo bendato viene percosso dai soldati, mentre Pietro interrogato da un’altra serva mente di nuovo e resta attonito udendo il canto del gallo che proprio sopra di lui annuncia il giorno della risurrezione e, con esso, il compiersi di tutte le parole di Gesù: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte
Nella narrazione marciana il sopraggiungere dell’alba non segna il diradarsi delle tenebre, ma il sorgere di un’altra oscurità, quella dello spirito. La cecità a cui Cristo è costretto per via della benda che gli è stata imposta, è in realtà il segno dell’ottenebrarsi delle coscienze di tutti: delle guardie che scherniscono il Redentore, dei capi religiosi, dei discepoli rappresentati da Pietro.
Matthias Grünevald nel Cristo deriso della Pinacoteca di Monaco (a detta di alcuni studiosi forse la prima opera a noi nota del grande maestro), (Figura 3) [Cristo deriso, 1503, Olio su pannello di pino, 109 x 73,5 cm. Alta Pinacoteca, Monaco] concentra tutta l’attenzione sulla benda di Gesù. Colui che aveva detto di sedere alla destra della Potenza è ora seduto in completa balia dei suoi persecutori. L’uomo che preclude parte della scena lo vuole spodestare da quel sia pure ignominioso trono. Attorno a Cristo si scatena un carosello di smorfie e di gesti violenti e irrisori. Un uomo suona flauto e tamburo, accompagnando la triste liturgia. Un altro, impugnando una ciocca di capelli di Gesù, sta per colpirlo alle spalle. Sull’estrema destra del dipinto un uomo grassoccio, tiene in mano un bastone come fosse lo scettro di un comando. Pare lui il mandante, il registra di questa orchestrata derisione. Unica nota pietosa del dipinto è quella di un notabile che si avvicina al mandante quasi ad implorare misericordia per il condannato. Non ci è dato di sapere chi Grünewald abbia voluto rappresentare in quest’ultimo. Forse Giuseppe di Arimatea, che quale membro del Consiglio ricco e autorevole, poteva certo esercitare un certo ascendente sulle guardie del sommo sacerdote; Marco stesso lo nomina al termine del racconto della passione quando, con coraggio, Giuseppe si reca da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Sarà di Giuseppe il telo sindonico, testimone unico della risurrezione. Oppure, seguendo la lezione dell’evangelista Giovanni, potrebbe essere Nicodemo che proprio di fronte al Sinedrio prese pubblicamente le difese di Gesù. La nota misericordiosa qui concessa da Grünewald in un momento tanto drammatico è negata da Marco che lascia emergere nell’agitazione generale, scomposta e violenta, la solitudine estrema del Signore.