Crocifissione di Isenheim
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Ritorniamo ora alla crocifissione di Isenheim: non è forse disegnato lo stesso percorso? Il Battista è anacronisticamente sotto la croce e vede, esattamente come Maria, Giovanni e la Maddalena, l’uomo Gesù di Nazareth sulla croce. Vede cioè, la prova suprema della sua umanità perchè è la prova della morte. Eppure il Battista è proporzionalmente più grande delle altre figure perchè prima di esse egli ha visto in quest’uomo la gloria della risurrezione che si rivelerà al fedele solo con l’apertura della seconda parte del polittico. Qui, e solo qui, il fedele vedrà, come il Battista, la Gloria dell’Unigenito; vedrà come Maria fosse già fin da principio, fin dal concepimento, dentro il Mistero di questa gloria del figlio di Dio, nato da donna.
Non a caso, allora, quest’opera – come affermano vari studiosi- va letta alla luce del Vangelo di Giovanni e delle rivelazioni di santa Brigida. Anche la santa nordica scorgendo (blepein) – come Grünewald, come Giovanni – l’uomo piagato e crocifisso, contempla (theasthai) in lui il compiersi delle Scritture (significate nell’agnello e nel libro dell’Antico Testamento che reca il Battista) e giunge a vedere (eoraka) la bellezza gloriosa divino Salvatore (nella forma dell’albero di vita e nello sportello infuocato della risurrezione, dove il Cristo mostra con vigore il segno dei chiodi).
Illum oportet crescere. Me autem minui (Gv 3,30): «Egli deve crescere e io diminuire». La concretizzazione più vera di questo assunto, Giovanni l’ha sperimentata il giorno dopo quando, esaurita la sua missione di precursore, i discepoli lo abbandonano per seguire Gesù, il vero Maestro, il Cristo: Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio (Gv 1,35-39).
Questa volta Giovanni non solo scorge, ma fissa lo sguardo in Gesù, lo indica nuovamente con quella forza che la successiva iconografia (e Grünewald in particolare) ha voluto significare in un indice vigorosamente puntato. I discepoli comprendono lo spessore dell’invito del loro maestro e seguono Gesù. A questo punto è Gesù stesso che introduce i discepoli entro un percorso di rinnovamento dello sguardo: venite e vedete. Venite e rimanete in quel luogo ove lo stupore si rinnova.
A questo mirava, in definitiva, anche la grande macchina scenografica dell’altare di Isenheim: far permanere il sofferente nello stupore di una storia di salvezza, quella del Verbo fatto carne, morto e risorto per noi, che fonda nella certezza anche la storia delle quotidiane sofferenze dell’uomo.
Fin dall’inizio del suo Vangelo, dunque, Giovanni ci invita ad entrare nei fatti che ruotano attorno a Cristo non da spettatori, ma da testimoni capaci di penetrare nel medesimo sguardo del Cristo tutto orientato ad un’ora che mentre si preannuncia come ora del dolore già si rivela ora della piena glorificazione.