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Nicodemo: lo sguardo rinnovato - 2

Fonte:
CulturaCattolica.it ©
Caravaggio, Deposizione, Musei Vaticani

Rinascere dall’alto
Perciò Cristo invita Nicodemo a rinascere dall’alto. Espressione ambigua che potrebbe essere tradotta anche “generato dall’alto” o “generato di nuovo”. Secondo Martin Buber l’ambiguità deriva dalla traduzione in greco di un linguaggio nato in ambiente semitico. L’espressione generato dall’alto è infatti familiare al linguaggio semita. Nel Giudaismo ellenistico (come sappiamo da Filone) l’atto creatore di Dio veniva chiamato “generazione” con un verbo (qana) che anticamente indicava la generazione ad opera di genitori (anche Adamo sarebbe stato generato da Dio come dimostra significativamente la genealogia lucana); così, nel pensiero rabbinico primitivo per indicare l’opera di Dio che ricrea l’uomo nel pieno della vita, si parla di “nuova creazione”.
Come per la prima creazione, in cui lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque e tutto fu fatto per mezzo della Parola, anche questa nuova creazione è opera dello Spirito e della Parola.
Nicodemo, replicando, mostra di non cogliere le velate allusioni di Gesù, come del resto accade spesso agli interlocutori di Gesù nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 2, 19; 4, 11s ecc…). Egli resta ancorato al significato immediato delle espressioni, senza comprenderne la portata simbolica. La sua risposta diviene perciò stesso rivelatrice della sua interiorità, del suo stato spirituale. Nicodemo, direbbe Victor Hugo, ha uno sguardo abituato incapace di vedere in modo nuovo le verità antiche.
Occorrerà, appunto rinascere dall’acqua della Parola e dallo Spirito, per entrare in questo ordine di idee, per entrare nel Regno. Nicodemo dovrà fissare il vero serpente di rame innalzato nel deserto della sofferenza per comprendere.
Caravaggio, nella sua Deposizione, coglie il Maestro d’Israele nel momento culminante di questa trasformazione. Non c’è traccia qui degli abiti di rango che certamente Nicodemo era solito indossare, anzi egli veste l’abito dell’operaio, dello scultore ed è a piedi scalzi, come uno avvezzo al contatto con la roccia e la nuda terra. Una certa tradizione, attestata dalla Legenda aurea e, prima ancora, dal II Concilio di Nicea, vuole Nicodemo il primo scultore di crocifissi, autore, in particolare, del miracoloso crocifisso di Beirut (per alcuni il crocifisso beruitiano si trova oggi a Numana in provincia di Ancona, per altri si venera a Lucca).
Non per nulla Caravaggio ridisegna il volto di Nicodemo con i tratti di Michelangelo Buonarroti. Il grande artista fiorentino si era identificato in questo rabbi-scultore e, nella pietà Bandini di Firenze, egli si ritrae proprio nei panni di Nicodemo. Caravaggio tributa così il suo omaggio ad un genio del quale si sentiva in qualche modo erede.

Il vento dello Spirito
Come la scultura nasce dall’opera instancabile dell’artista così per rinascere occorre l’opera dello Spirito. Gesù risponde, infatti, a Nicodemo: Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito
Investite dal soffio dello spirito, accarezzate dal vento come spighe di grano appaiono le figure caravaggesche della deposizione. Da Maria di Cleofa che con le mani levate pare imbrigliare il vento, al dolce piegarsi di Maria Maddalena e della Vergine Madre, fino all’inchino profondo di Giovanni evangelista e del nostro Nicodemo: il soffio di un vento divino le conduce inesorabilmente a Cristo. Un vento che ha già ribaltato la pietra sepolcrale sulla cui testimonianza certa camminano i discepoli del Signore.
Tutto curvo su quel corpo che lo ha rigenerato Nicodemo è l’unico che ti guarda in volto. Ora egli ha visto e dunque sa. Ora sa perché è stato generato dall’alto della croce. Ora può vedere il regno, perché ha fissato lo sguardo sul vero serpente innalzato: il Figlio Unigenito di Dio. Questo pare dirti lo sguardo del maestro scultore. E la direzione del suo capo indica Giovanni che sorregge quel capo da cui è stato effuso il soffio dello spirito, sorregge quel costato da cui è sgorgata la sorgente della grazia che lava le brutture del mondo. Il momento della morte di Cristo, in Giovanni – come, del resto, in questa tela del Caravaggio – è già il momento della risurrezione e della pentecoste.
Non a caso accanto al telo sindonico che sporge dalla pietra tombale si trova una pianta di tasso barbasso, simbolo della resurrezione.
Ha le labbra socchiuse Nicodemo, quasi volesse parlare, gridare la sua fede come non ebbe il coraggio di fare in quella notte ventosa a colloquio con Cristo. «Come può accadere questo?» Cioè: «come posso rinascere dall’alto?» Furono le sue ultime parole.
Ora non direbbe più un anonimo «sappiamo». Ora lo sa. E proprio perché lo sa personalmente e per esperienza diretta, la sua figura scompare. Nicodemo guarda noi che forse non abbiamo ancora rinnovato lo sguardo nella fede. Egli non conta più. Scompare, come nel dialogo notturno narrato da Giovanni dove Nicodemo impallidisce sempre più, mentre le parole di Cristo sembrano rivolte a tutti, discepoli e maestri di Israele:
Gli rispose Gesù: “Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosé innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
(Gv 3, 10 - 18
Dietro a Nicodemo c’è la Chiesa. Presente in quel Corpo che egli abbraccia e che ha fatto realmente della terra l’epifania delle cose del cielo.
Il dialogo notturno tra lui e Gesù, aveva gettato, ora lo comprende, una luce sul mistero della Madre. Nella tela del Caravaggio, Maria rimane come sullo sfondo e allarga le braccia, nel gesto forte e abbandonato della fede: fiat! Dentro a quelle braccia si rinasce dall’alto. Si rientra in un altro grembo quello della Chiesa-Madre e si rinasce alla fede. Qui tutto trova senso: il pianto della Maddalena e l’accorata preghiera di intercessione di Maria di Cleofa, la morte del Giusto e la salvezza per ogni uomo. Una salvezza simboleggiata dall’albero di fico che si intravede nel buio.
La Vergine, tendendo le braccia, raccoglie idealmente a sé Giovanni e la Maddalena, che con Nicodemo compiono quasi una grande ostensione: ecco il vero serpente di rame che innalzato sulla croce ha attirato tutti a sé!