Le nozze di Cana in Giotto e il vedere di Maria - 4
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Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d‘acqua le giare»; e le riempirono fino all‘orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l‘acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l‘acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po‘ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Gv2, 6-10).
Le sei giare di pietra sembrano scolpite nel tempo come mute testimoni di un evento straordinario. Sono come i sei giorni di pietra di una creazione interrotta. Come i termini di un tempo che non vuole, non può essere redento. Per alcuni le giare di pietra sono il segno dell‘antica economia di salvezza i cui riti di abluzione non riuscivano davvero a purificare l‘anima. Quale sia l‘interpretazione che ne diamo restano il segno di un limite, di una impossibilità ad avanzare. Sei, non dimentichiamolo, è il numero della imperfezione assoluta. È; il sette meno uno. Il numero assegnato alla bestia da Giovanni nell‘Apocalisse è 666, cioè l‘imperfezione assoluta moltiplicata per tre volte.
Giotto le pone in bella vista, tre nascoste e tre in primo piano, diverse tra loro in alcuni particolari, ma tutte uguali nella forma gonfia e tondeggiante che rimanda inequivocabilmente alla forma del ventre dell‘obeso Maestro di tavola.
Un servo sta ancora riempiendo d‘acqua le giare, mentre il maestro di tavola fa l‘elogio del vino eccellente tenuto nascosto. Intanto, un altro servo, forse consapevole del fatto, lo strattona quasi per dirgli: stai prendendo un abbaglio!
Anche qui il vedere dell‘uomo resta limitato alla realtà, all‘aspetto più concreto dell‘esistenza. Il maestro di tavola può riconoscere il vino nuovo solo perché non sa, non ha visto, il fatto dell‘acqua nelle giare. I servi che sanno, che hanno visto, stentano a credere. Al vedere dell‘uomo è chiesto di affidarsi e credere. Mettere a disposizione le giare, i propri atti di culto limitati, i propri giorni di pietra è pur sempre un atto indispensabile. Occorre dar fiducia a Dio anche attraverso l‘offerta del proprio limite della propria vita così com‘è, delle proprie situazioni sclerotizzate incapaci di vita e di anima.
Occorre dare a Dio la nostra acqua perché ci dia in cambio del buon vino e dietro il miracolo di quest‘acqua, lo sappiamo, si adombra già un altro miracolo quello che sarà sulla terra il segno permanente del banchetto futuro che ci attende nei cieli. Il segno dell‘Eucaristia. Su quella tavola l‘acqua fu cambiata in vino, sui nostri altari il vino viene trasformato in sangue, il sangue di quell‘Agnello che ci ha rendenti. Per questo sangue ogni settimana, ogni giorno, è pasqua, è annuncio di un banchetto eterno dove i fedeli imporporano non gli stipiti delle porte, ma le labbra con il sangue sacrificale dell‘Agnello. Molti che vi si accostano non sanno quello che fanno, come il maestro di tavola eppure, proprio per questo sono salvati. Ma quelli che sono chiamati ad essere servi, questi, sono invitati a fare sempre secondo la sua Parola, aderendo allo sguardo di Maria che sa vedere il vino della gioia laddove sembra trionfare l‘acqua stagnante della morte.
Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2,11) Così termina l‘episodio Giovanni, senza alcun commento. Il commento è la fede, una fede che ci viene discretamente illustrata da Giotto attraverso altri due servi, quasi estranei agli eventi che si consumano nella sala.
Sono i due paggi che si trovano, davanti a Gesù e alla sposa. Uno, con l‘abito rosa (il rosso trasfigurato dalla luce), è nella quiete della contemplazione e si volge verso il lato sinistro dell‘affresco. È; come rimasto fisso nella contemplazione dello squarciarsi dei cieli avvenuto durante il Battesimo di Gesù. In questo servo è rappresentata la diaconia della preghiera, della vita contemplativa, quella che la stessa Maria, sorella di Marta abbraccerà. Questo servo, restando ancorato alle cose invisibili, vede le visibili conferendo loro la giusta prospettiva e il giusto significato. La sua posizione infatti è tale da fare da perno a tutta la scena.
L‘altro servo vestito di verde, colore della vita e della terra, è invece intento all‘azione. Si appresta ad affettare il pane. Egli rappresenta la diaconia della carità. La sua laboriosità è serena e composta, non c‘è attivismo, c‘è vero servizio reso ai fratelli in nome di Dio. È; questa la diaconia a cui Cristo richiamerà Marta nel celebre episodio che riguarda le due sorelle.
Al banchetto futuro saranno invitati tutti quelli che avranno aderito a questi due comandamenti: l‘amore a Dio e l‘amore al prossimo, la contemplazione e la missione. Questo è il vero amore, quello che tinge di rosso le vesti dei credenti, quello a cui il banchetto eucaristico prepara: come Maria vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio.