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Il vedere di Dio in Bosch

Fonte:
CulturaCattolica.it
Hieronymus Bosch, San Giovanni a Patmos, recto

Ci lasciamo prendere per mano da Bosch che, fedele alla tradizione, vuole fondere i due personaggi - Autore e Scrittore del Vangelo - nell’unico Giovanni di Zebedeo.

Jeroen Anthoniszoon van Aken, detto Hieronymus Bosch o Jeroen Bosch, nacque probabilmente il 2 ottobre 1453, in un villaggio del Brabante Settentrionale, zona che oggi corrisponde all’Olanda: la cit-tà di ’s-Hertogenbosch (e ivi morì nell’Agosto del 1516).
Firmava spesso i suoi dipinti con l’appellativo Bosch derivato dalla sua città (pronunciato come Boss in Olandese). Il nome significa Bosco tanto che in spagnolo il pittore viene spesso chiamato El Bosco.

Nel 1486 o nel 1487 entrò a far parte della Confraternita di Nostra Diletta Signora (Lieve-Vrouwe Broederschap), un’associazione fondata nel 1318 che com-prendeva uomini e donne, laici ed ecclesiastici dediti al culto della Vergine ed a opere di carità. Per la Confraternita, che stimava molto
le sue opere, Bosch, attorno alla 1489, partecipò alla realizzazione
di un retablo per la cattedrale di san Giovanni di ’s-Hertogenbosch. Nella cattedrale, infatti, la confraternita aveva una cappella propria per la quale fece realizzare da vari artisti un retablo comprendente parti scolpite e dorate e parti dipinte.
Una cronaca seicentesca descrive scene raffiguranti Abigail e Davide; Salomone e Betsabea. Gli studiosi hanno recentemente indicato nelle opere San Giovanni a Patmos di Berlino e san Giovanni Battista in meditazione di Madrid, gli sportelli, rispettivamente, destro e sinistro del retablo. I due santi omonimi erano onorati come patroni della cattedrale e la visione di san Giovanni a Patmos era l’emblema della confraternita, come testimonia una xilografia contenuta nel Libro delle Indulgenze della Confraternita.

Sullo sfondo azzurrino di un panorama sereno e dal sapore giorgionesco si staglia la figura dell’Apostolo. Un san Giovanni giovane come quando seguì il Signore lungo le strade della Palestina e, nello stesso tempo, collocato a Patmos dove, secondo la tradizione egli ormai anziano, subì l’esilio e scrisse l’Apocalisse. Bosch, dunque, condensa in un’unica immagine Apostolo ed Evangelista.

Giovanni è colto nell’atto di scrivere il suo testo, quasi assistito dalla Vergine che, come la Donna dell’Apocalisse, tiene la luna sotto i suoi piedi e ostende il Figlio maschio che ha partorito.

Lo sguardo dell’Apostolo è fisso sul Mistero del Verbo Incarnato, così, del resto, incomincia il suo Vangelo: il Verbo si è fatto carne. Colui che era presso Dio, che era Dio, il Logos, ha preso una carne mortale nel grembo di una donna.
Questa Donna e il mistero che la riguarda, è collocata all’inizio e alla fine del suo vangelo e precisamente: nell’episodio delle nozze di Cana - ove Gesù significativamente la chiama donna - e ancora sotto la croce - dove compare lo stesso appellativo -, quando cioè Gesù la consegna proprio al discepolo Giovanni. L’appellativo «donna» rimanda alla nuova creazione che Cristo è venuto a inaugurare. Il testo giovanneo si apre infatti con le stesse parole della Genesi: «In principio (bereshit en arkè)».
Con Cristo la storia viene ricapitolata e comincia un nuovo principio, una nuova creazione. Lo testimonia proprio il paesaggio in cui Bosch pone l’Evangelista: un monte sopra il quale compare un Angelo il cui colore azzurrino invita a volgere lo sguardo all’orizzonte retrostante. Qui riposa una città, quella di Nimega probabilmente, e sulle acque che la bagnano - proprio al di sotto del disco solare in cui appare la Vergine - una nave si consuma in preda alle fiamme.
Tutto il cosmo viene qui rappresentato nei suoi elementi fondamentali: acqua, aria, terra fuoco, il regno vegetale (che ritroviamo non solo nella natura rigogliosa del paesaggio, ma anche nelle ali dell’angelo) e il regno animale simbolicamente rappresentato da un volatile - forse un’aquila, attributo dello stesso Giovanni, e un curioso grillo, in basso a destra della tavola. Il monte rimanda simbolicamente al monte della creazione e l’angelo, oltre ad essere un rimando all’apocalisse, fa pensare all’essere divino che custodì le porte del paradiso terrestre dopo la caduta.
Da tutto il paesaggio sprigiona comunque una grande armonia e una grande bellezza.

Non manca il tocco del male in questo nuovo ordine. Lo vediamo infatti significato e nella nave in fiamme, simbolo delle guerre e degli odi che devastano la terra che, e nell’animaletto che sta alle spalle di San Giovanni, chiaro simbolo del demoniaco. L’animaletto, un grillo, ha un volto umano, occhialuto, reca ali di farfalla (come l’angelo, ma rivolte verso il basso) e coda da scorpione. Il male dunque rimane nel nuovo ordine di cose instaurate da Cristo, ma regna tuttavia in esso una grande armonia perché ogni cosa rimane sotto la sapienza provvidente del Logos.
Il piccolo grillo diabolico tiene fra le mani un rastrello con il quale cerca di sottrarre all’Evagelista il calamaio. Giovanni però pare non lasciarsi minimamente turbare né dalla presenza di quel demonio né dal suo tentativo di furto. San Giovanni tiene fisso lo sguardo sul Mistero.

Questo è la prospettiva continua della narrazione giovannea. Mentre Marco conduce il suo lettore a scoprire gradatamente l’identità di Gesù il Nazareno, Giovanni lascia che il suo lettore la incontri subito. Il suo Vangelo non è, intatti, per catecumeni, per iniziati, è per quanti già hanno conosciuto Cristo ma devono essere condotti a individuarne la presenza dentro gli avvenimenti scandalosi della storia.
Un volatile, alla sinistra della tavola, sorveglia minaccioso i movimenti del grillo. Si tratta di un falco o, più probabilmente, di un’aquila, attributo dell’Evangelista la quale veglia sul suo protetto. Narra la leggenda aurea che: una volta fu regalata a S. Giovanni una pernice viva ed egli cominciò ad accarezzarla. Lo vide un giovinetto che disse ridendo ai suoi amici: «Guardate quel vecchio che si diverte con una pernice come un bambino». Il beato Giovanni indovinò queste parole per quanto non le udisse, chiamò a sé il giovinetto e gli chiese che cosa tenesse in mano. Rispose quegli che aveva l’arco per colpire a volo gli uccelli e le altre bestie. «Come fai?», domandò l’apostolo. Allora il giovane tese l’arco: e il santo taceva. Distese poi il giovane l’arco e il santo disse: «Perché l’hai disteso?». E quello: Se un arco viene teso troppo a lungo è più debole nello scagliare le frecce». Rispose il santo: «Nello stesso modo la natura umana, che è fragile, sarebbe meno atta alla contemplazione se non volesse mai cedere alla sua fragilità. L’aquila vola più in alto di ogni altro uccello e fissa il suo occhio sul sole ma non disdegna di scendere in basso se la necessità lo richiede: così lo spirito umano quando per un poco si ritrae dalla contemplazione, con più lena poi si slancia verso le regioni celesti».
Ecco, lo spirito profondo del quarto vangelo è racchiuso in questa espressione: la fragilità umana è divenuta tempio della grandezza di Dio e l’uomo, nel momento in cui accetta lo scandalo dell’Incarnazione e della croce, diventa capace di contemplare il Mistero e di riconoscere in Gesù di Nazareth, il Cristo Figlio di Dio, il Verbo fatto carne.
Chi comprende questo?
Il prologo risponde:
Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
a quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue né da volere di carne,
né da volere di uomo,ma da Dio sono stati generati.
Il quarto vangelo si rivolge a quanti sono generati da Dio e sono perciò capaci, per la loro intima somiglianza con Lui, ad entrare nel suo stesso modo di vedere.