Il vedere dell'Uomo in Bosch
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Il "vedere" di Dio e il vedere dell’uomo sono infatti espressi in modo originalissimo da Bosch in quest’opera. Se, infatti nel recto della tavola traspare dal panorama la pace e l’armonia della creazione così come è scaturita dall’opera del Logos Creatore, una pace tale che anche la presenza del male non può turbarla, nella parte retrostante la tavola il male esplode e rivela tutta la sua oscurità. Il recto rappresenta ciò che Dio vede nel mondo nonostante il male. Egli vede la sua grazia e l’instancabile opera della sua bontà provvidente che sempre sostiene la sua creazione. Il verso della tavola, in cui Bosch ha dipinto un cerchio in grisaglia con alcune scene della passione, vuole invece descrivere come l’uomo vede il mondo.
Se ci allontaniamo solo un poco dalla riproduzione del verso, possiamo notare che non si tratta semplicemente del gioco cromatico di due cerchi concentrici, ma di una cornea con la sua pupilla.
Quest’occhio potrebbe essere una sorta di gigantesco ingrandimento di quanto, sul recto della tavola, l’apostolo Giovanni contempla nel cerchio di Luce in cui appare la Donna con il Figlio. Egli vede cioè il destino a cui il Verbo di Dio va incontro accogliendo l’Incarnazione.
All’interno di quella che dovrebbe essere l’iride dell’occhio vediamo, infatti, il susseguirsi delle scene della passione. Partendo da destra e girando in senso orario, troviamo: la preghiera di Gesù nell’orto, l’arresto, Gesù davanti a Pilato, all’interno del palazzo la flagellazione alla colonna, più sopra la derisione da parte dei soldati e la coronazione di spine, la salita al Calvario, la crocifissione e la sepoltura. La crocifissione viene così a trovarsi al culmine della narrazione pittorica, rappresentando anche, simbolicamente, il culmine dell’escalation del male. Teatro di questo male è, sullo sfondo, la città di Gerusalemme, disegnata qui con il medesimo profilo della città del recto dell’opera.
Il parallelismo tra le due scene è esplicito ma, mentre nella prima il male pur presente è controllato e innocuo, qui il demoniaco pare serpeggiare ovunque nelle forme fluttuanti e luminose degli uomini che si muovono agilmente anche dentro la più grande oscurità.
È una chiara rappresentazione dell’ora a cui Giovanni fa continuo riferimento nel suo Vangelo. Quest’ora, verso cui egli riporta instancabilmente l’attenzione del credente, è l’ora delle tenebre per l’occhio miope dell’uomo, ma è l’ora della Gloria per lo sguardo penetrante del Creatore.
Nella pupilla dell’occhio troviamo ripreso il simbolo dell’aquila che appare però piuttosto come un pellicano che ciba i suoi piccoli della sua stessa carne. Il grande volatile grazie a Dante è diventato un altro attributo dell’apostolo il quale è per il Poeta «colui che giacque sopra ’1 petto del nostro pellicano (Cristo), e questi fue di su la croce al grande officio eletto» poiché prese il posto di figlio per Maria.
Il pellicano è sopra una roccia che ancora rimanda al recto della tavola e al monte che sta dietro san Giovanni. Su quel monte tutto si ricapitola e il fuoco della barbarie, che là divorava le navi, è qui il fuoco della carità di Cristo il quale, dando la vita per i suoi, sconfigge il male alla radice.
I temi fondamentali del prologo che si ritrovano poi in tutto il Vangelo, e specialmente il tema del contrasto fra luce e tenebre, fra l’ora del male e l’ora del trionfo del bene, si trovano degnamente descritti in questa mirabile opera di Bosch. Lo sguardo divino che tutto abbraccia sa scorgere anche nelle trame del male il suo progetto di Bene che avanza inesorabile. Anche il retro della tavola esprime, in ultima analisi il modo di vedere il mondo del Creatore (come qualche studioso sostiene), perché come nell’occhio è la pupilla che "vede" così la chiave di lettura della passione - e in definitiva del mistero del Verbo incarnato - si trova nel cerchio luminoso ed è quella dell’Amore di Dio manifestato in Cristo Gesù che ha nell’Eucaristia la sua più alta, più ragionevole e più concreta testimonianza.