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Nicodemo: lo sguardo rinnovato - 1

Fonte:
CulturaCattolica.it ©
Chiesa della Vallicella detta Chiesa Nuova

Per l’ebreo afferrare le due estremità di un oggetto significa coglierlo nella sua interezza. Nella bibbia esiste un genere letterario caro ai libri sapienziali, il polarismo, per il quale è possibile cogliere una situazione nella sua totalità citandone gli estremi. Così Giovanni per abbracciare l’intero popolo di Dio che attendeva il Messia presenta due testimoni sostanzialmente antitetici: Nicodemo e la Samaritana. Nicodemo è un sacerdote stimato e influente, di sicura ortodossia, mentre la Samaritana è una donna, ebrea ed eretica. L’obiettivo di Giovanni scruta entrambe con lucidità dimostrando come tutti, al di là delle loro condizioni di vita, abbiano bisogno di rinnovare lo sguardo alla luce della verità di Cristo.
Nicodemo era del partito dei farisei e membro del Sinedrio, uomo dunque con una ben fondata tradizione religiosa alle spalle, osservante della legge. Un capo, perciò persona affermata e influente, un “maestro in Israele”, come lo chiama Gesù.
Solo Giovanni ne parla. E descrive, all’interno del suo Vangelo, grazie a rapidi schizzi l’itinerario di fede di questo rabbi, il quale ha stima di Gesù (Gv 7,30), prende le sue difese davanti ai sommi sacerdoti e ad altri farisei e, dopo la morte di Gesù, ha il coraggio di andare con Giuseppe di Arimatea da Pilato a richiederne il corpo (Gv19,39). Nicodemo è un uomo retto perché vede dei segni (nessuno può fare i segni che fai tu) e si lascia interrogare da essi. Tuttavia inizialmente sembra non volersi sbilanciare e si reca da Gesù di notte.

La notte
Giovanni penetra con il suo sguardo dentro all’oscurità cogliendo l’ombra furtiva di Nicodemo che va a cercare Gesù. Di notte.
È; notte anche nella tela del Caravaggio, la celebre Deposizione che oggi possiamo ammirare nei Musei Vaticani, ma che fu ideata per la chiesa di Santa Maria della Vallicella a Roma.
Caravaggio secondo l’impianto iconografico della Chiesa doveva illustrare il quinto mistero del dolore: la morte di Gesù. Staccandosi dall’iconografia classica egli ridisegna il mistero quale annuncio della luce del Risorto. Una notte, dunque, carica di promessa quella dipinta da Caravaggio, ma una notte non meno promettente quella del dialogo notturno tra Gesù e il celebre maestro d’Israele.
All’evangelista è cara l’antinomia tra luce e tenebre e colloca nella notte alcuni momenti fondamentali del cammino dei discepoli dietro al Maestro. È; notte quando si scatena la tempesta sul mare e Gesù raggiunge i suoi camminando sulle acque (6,16); è notte quando Giuda esce dal Cenacolo per andare a consegnare il Maestro (13,30), infine è notte (20,1) quando Maria di Magdala scopre la tomba vuota e quando i discepoli, scoraggiati per la morte di Gesù, tornano a pescare senza prendere nulla (21,3).
Qualche studioso preferisce leggere la visita notturna di Nicodemo, non come azione nascosta, ma come evento avvolto nel mistero. Certo è che per Giovanni l’oscurità coincide spesso con l’ambiguità, il turbamento. Il contrasto tra luce e tenebre attraversa tutto il Vangelo Giovanneo come un filo rosso, filo che qui ritroviamo. Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce (Gv 11,9-10).
Chi cammina nelle tenebre non sa dove va (Gv 12,35).Possiamo dunque cogliere in questa annotazione cronologica il clima interiore di Nicodemo: egli è alla ricerca della luce, è confuso, crede in Gesù ma nel contempo non riesce ad assumere nei suoi confronti una posizione personale: «sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui»
Sappiamo, espresso in greco col verbo oidamen, indica la certezza assoluta e indiscutibile, ed è una prima persona plurale. Nicodemo parla in nome di una categoria (i farisei simpatizzanti di Gesù) entro cui trova sicurezza, oppure a nome di quei “molti” nominati al v. 23 del cap 2, i quali vedendo i segni di Gesù credevano in lui. Al cap 12, 42 Giovanni ci informa però che anche tra i capi, molti credettero in lui, ma non lo riconoscevano apertamente a causa dei farisei, per non essere espulsi dalla sinagoga.
Nicodemo passerà gradatamente da questa sicurezza, frutto di una conoscenza più intellettuale, che però vacilla sotto il peso dell’opinione altrui, all’esperienza umile della fede che farà di lui un testimone.
Gesù, ad ogni modo, prende molto seriamente la sua pur immatura professione di fede e gli risponde solennemente, riprendendo il verbo vedere: «in verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Cristo usa ancora il verbo orao (vedere), cioè si inserisce nel flusso dei pensieri del suo interlocutore, ma con una variante. Usa orao, non nella forma del perfetto oida (usata da Nicodemo che indica un vedere che perdura nel presente e dunque una conoscenza: io so!) ma l’aoristo idein, una forma intensiva del verbo. Da idein deriva il termine idea. Vedere il regno è frutto di una illuminazione improvvisa che investe tutto l’essere indipendentemente dalla conoscenza intellettuale.