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Il polittico: un percorso per educare lo sguardo

Fonte:
CulturaCattolica.it
Chiesa di Colmar

Le ante del polittico chiuso raffigurano, appunto, la crocifissione e, nella parte sottostante, la scena della sepoltura di Cristo. Il malato, contemplando il Cristo sofferente e piagato poteva in esso riconoscersi e com-prendere quanto Cristo avesse assunto tutte le infermità dell’uomo, anche la sua. È stato peraltro osservato da Hayum che una delle cure estreme riservate agli affetti di ergotismo era l’amputazione delle estremità necrotiche. Dunque non a caso, la cesura della predella con la Deposizione tronca le gambe del Cristo, poiché essa rappresentava un’allusione alle amputazioni che i malati subivano.
Nel secondo pannello, comprendente l’annun-ciazione alla Vergine, la natività e la risurrezione di Gesù, il malato riconosceva la natura umana di Gesù, quale nato da donna e, dunque, la verità della sua sofferenza sulla croce, ma anche la sua natura divina vedendo nella risurrezione la vittoria di Cristo sulla morte e il senso ultimo del dolore umano.
Il terzo pannello offriva al malato l’esempio dei santi, in particolare di Antonio il quale, pur essendo semplicemente uomo, con la grazia di Cristo, seppe sopportare dure avversità ed uscirne vittorioso ottenendo anche favori e grazie per altri, specie quanti erano affetti da ergotismo (o il più comune herpes zoster).
In questo modo lo sguardo del credente era educato a passare dal visibile: la tragedia di una morte simile a quella di Cristo (e implicitamente la sventura di una malattia come il «fuoco di sant’Antonio»), all’invisibile: la salvezza operata da Cristo, le cui forme fisiche assimilate a quelle di un albero, l’albero della vita, rimandavano alla risurrezione, presente nel secondo pannello. Qui il concerto degli Angeli sembra alludere alla terapia musicale usata dagli stessi monaci (musica vitae comes, medicina dolorum), mentre, nell’ultimo pannello, gli eremiti santi Antonio e Paolo, che avevano sostenuto una lotta col male a tutto campo, rappresentavano uno sprone ad affrontare le lotte della vita e raggiungere la misura alta della santità. L’accurata descrizione delle erbe presente in questi ultimi sportelli sembra, inoltre, alludere alle pratiche terapeutiche (legate all’erboristeria) realmente eseguite all’intero dell’ospedale.


Un simile percorso dello sguardo si snoda anche dentro la testimonianza giovannea del Battista. Dopo l’uso del verbo blepo (βλέπw) (in Gv 1,29: Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui), il Precursore aggiunge: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me» (Gv 1, 30).

Ecco,
in greco ide, deriva del verbo eiden - vedere, un verbo che Giovani usa spesso per dire conoscere (oido), cioè so; so perchè ho visto, so perchè ne ho esperienza.
Il Battista, infatti, vede Gesù, l’uomo Gesù di Nazareth, ma lo definisce l’agnello di Dio riconoscendo in lui il compiersi di diversi riferimenti all’agnello contenuti nei testi dell’Antico Testamento. Il primo riferimento – il più ovvio – va all’agnello del sacrificio pasquale, l’altro – meno esplicito – al servo dei carmi di Isaia di cui si dice che fu condotto come agnello mansueto al macello. L’evangelista per dire agnello usa, infatti, un termine aramaico talya’ che nel suono è identico al termine servo. Dicendo dunque ai discepoli: Ecco l’agnello di Dio il Battista indica chiaramente in Gesù il compiersi della profezia isaiana del Servo sofferente che, come capro espiatorio, porta su di sé il peccato del mondo. L’evangelista Giovanni attraverso il Battista conduce i suoi lettori (identificati con i due discepoli) a passare da una realtà puramente storica per giungere a quel vero che è anzitutto esperienza della Parola.
Ma prosegue il testo: Giovanni rese testimonianza dicendo: ”Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo (Gv 1,32-33).

L’evangelista pone sulle labbra di Giovanni Battista, non certo a caso, il verbo Θεασθαι theasthai, che significa contemplare. Assistiamo dunque, a una progressione: non è più soltanto il vedere occasionale, ma è il contemplare, il vedere stupito oltre l’opacità della carne l’attuarsi del mistero. Il Battista qui attesta di aver visto un segno che gli ha permesso di riconoscere inequivocabilmente in Gesù il Messia promesso. È frequente in Giovanni la connessione di successione fra rimanere e conoscere. Conosce veramente colui che (come scrive Padre de La Potteriè) rimane nel luogo dove lo stupore si rinnova.
La testimonianza del Battista raggiunge però il suo culmine al v. 34: E io ho visto (perfetto έώρακα: eoraka) e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.
Il verbo comune vedere, eiden, usato al perfetto: eoraka è la forma verbale più completa e vuole significare: ho visto e ne conservo memoria. Il Battista nell’uomo Gesù. il Nazareno, contempla l’agnello di cui parlano le Scritture e nel segno dello Spirito Santo che rimane su di lui, vede, fa esperienza, del mistero della vera identità del Cristo: Gesù, il Cristo, è il figlio di Dio.