Sguardi giovannei
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Il Vangelo di Giovanni è un testo affascinante. Per la sua narrazione a ondate, a flussi e riflussi, è un testo da contemplare. Ecco: nel grande dramma del chiaroscuro della fede che viene ivi narrato, si delinea un percorso dello sguardo. Il verbo vedere scandisce le tappe del credente che apprende a riconoscere il bagliore tenue del Mistero dentro le oscurità della storia.
Il Verbo si è fatto carne. In questa affermazione c’è inscritta tutta la sorprendente verità della possibilità di vedere Dio nella materia. Per questo l’opera d’arte commenta degnamente il Vangelo dei cristiani maturi. L’opera d’arte, quando è veramente tale, rivela la trasparenza della materia, la sua grandezza, capace di far vedere Dio e comunicare un Tu. L’arte non comunica semplicemente un’esperienza, quell’esperire che - a volte - resta esterno all’Uomo, comunica una testimonianza. Il tu di qualcuno che ha visto, ha creduto, per questo ne ha dato testimonianza.
Iniziamo oggi un cammino dello sguardo che vuole attraversare, alla luce delle opere di grandi artisti, alcuni tra i maggiori punti di oscurità e di luce del quarto Vangelo.
Breve Introduzione
Sul quarto Vangelo sono stati scritti volumi e volumi senza che questi potessero esaurirne il contento. Il Vangelo di Giovanni ha la forza inesauribile della fede della prima comunità dei credenti in Cristo. Una comunità che non solo annuncia il Cristo e crede in lui, ma che conosce Cristo attraverso lo sguardo amoroso, e penetrante della mistica.
L’autore di questo Vangelo, o potremmo più correttamente dire il redattore, si presenta come il credente che ha visto e ne dà testimonianza. E la sua testimonianza è vera perché si basa, non su vedute e impressioni personali, ma sullo spirito divino che lo abita, quello spirito che è sgorgato dalla croce come fonte perenne di grazia e chiaroveggenza, nel senso ebraico di naibis, cioè di profezia, del parlare nel nome di un altro.
Non a caso quello di Giovanni è stato definito il Vangelo del cristiano maturo esso infatti suppone un’esperienza spirituale elevata che non vuole spiegare una via ma la vuole indicare. Le tendenze gnostiche di cui fu spesso accusato si infrangono di fronte al tipo di sapienza nascosta che il Vangelo suppone, quella stessa di cui parla Paolo nella sua lettera ai Corinzi (1 Cor 2,6-16). Giovanni non parla mai di conoscenza (gnosi) ma declina più volte il verbo conoscere quale verbo che indica la fedeltà a Cristo la comunione con lui e la comunione fra quei fratelli che in Cristo - e solo grazie a lui - si riconoscono tali. Per Giovanni il radicamento nella storia del cristiano è riflesso della radicalità dell’Incarnazione. Dio si è fatto carne. Non un semi-Dio, non una carne virtuale, ma la nostra carne di peccato. Qui il Dio nascosto si è rivelato, qui è il nascondimento del rivelarsi del Verbo.
Tra le innumerevoli proposte di lettura del quarto Vangelo ce n’è una su cui tutti sono concordi: Giovanni si spiega con Giovanni. Più marcatamente rispetto agli altri evangelisti Giovanni offre una ermeneutica intratestuale densa e serrata. Eppure nessuno come questo evangelista chiede al suo lettore la conoscenza dell’Antico Testamento e degli altri Sinottici, soprattutto Marco e Luca.
L’autore del quarto Vangelo
Ma chi è Giovanni? Gli studiosi vi hanno scorto almeno due voci (qualcuno crede di individuarne tre distinguendo l’Autore dall’Evangelista e dal Redattore ultimo, responsabile della stesura del cap 21) o, forse sarebbe meglio dire, due sguardi: quello dell’Autore del Vangelo e quello dello Scrittore.
Autore del Vangelo è l’apostolo Giovanni, il figlio di Zebedeo, pescatore di Galilea con il fratello Giacomo, che fu discepolo prima del Battista e poi del Signore, nominato in terza persona dal Redattore ultimo del Vangelo come ”il discepolo che Gesù amava”.
Lo Scrittore o Redattore ultimo è una persona indubbiamente colta, identificata con un discepolo anziano - Giovanni il presbitero appunto - che sull’isola di Patmos, rapito in estasi, stenderà le suggestive pagine dell’Apocalisse.
Tra gli autori antichi troviamo la testimonianza di Ireneo che considera un solo Giovanni. Il figlio di Zebedeo che chinò il capo sul petto del Signore nell’ultima cena è anche quello che ad Efeso scrisse il suo Vangelo. Non così quella di Papia di Gerapoli, il quale, accanto a Giovanni l’apostolo, ne nomina un secondo, anziano, il presbitero. Stando alla testimonianza degli antichi autori e a quella dei più antichi manoscritti che ce lo tramandano (150 massimo 200 d.C.) il vangelo fu scritto verso l’anno 100.