S. Giovanni della Croce (1542-1591)
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Non ci fa risalire però agli istanti della sua terribile tortura, al momento in cui quelle piaghe sono state aperte nella sua carne.

Un tema prediletto nelle sue conversazioni spirituali con le monache è il valore della sofferenza, argomento che gli sta tanto a cuore e che non può dissimulare. Un giorno entrando in clausura vede appeso a una parete del chiostro un quadro simbolico della passione di Cristo, secondo l'allegoria del Profeta Isaia: Cristo, raffigurato come un grappolo d'uva, si dissangua sotto il peso della Croce, che ha la forma di un torchio da vino. Fr. Giovanni nel passargli dinanzi rallenta il passo, si ferma a contemplarlo e con la faccia ardente compone una poesia in cui esprime i sentimenti sorti in lui alla vista del quadro. Poi abbraccia una gran croce che è nel chiostro pronunziando, ardente ed emozionato, delle parole in latino che le monache non capiscono. Forse è proprio in quei giorni che egli le ripete in altra forma, specialmente ad Anna di S. Giuseppe, "Figlia, non brami altro che la nuda croce, che è cosa bella".
Nella primavera, forse del 1591, l'ultima che il Santo passa in Segovia, che è anche l'ultima della sua vita, una sera dopo cena, prende per mano Francesco ed esce con lui nell'orto. Le serate primaverili segoviane sono deliziose: aria pura, solitudine, quiete rotta dal mormorio di acque in lontananza, profumo di fiori silvestri, cielo profondo. Quando i due fratelli si trovano soli, fr. Giovanni si dispone a confidare qualcosa, che custodisce come un segreto, a Francesco di cui conosce la santità, la virtù eroica, gli straordinari favori del cielo, le visioni, le rivelazioni…: tutta una vita spirituale che risalta su uno sfondo di semplicità e di naturalezza incantevoli. Il padre Caro, Gesuita di Medina, che confessa Francesco, ha detto che questi "è santo come suo fratello": quindi nessun confidente migliore di lui, perché fratello e perché santo. Fr. Giovanni comincia a parlargli con semplicità: "Voglio narrarvi una cosa che mi avvenne con Nostro Signore. In convento avevamo un Crocifisso e mentre un giorno io gli ero dinanzi, desiderando che lo venerassero non solo i religiosi ma anche i secolari, pensai che sarebbe stato meglio in chiesa. Quando ve lo ebbi collocato come meglio potei, un giorno che stavo ai suoi piedi in preghiera, mi disse: - Fr. Giovanni, chiedimi ciò che vuoi, che io te lo concederò per questo servizio che mi hai reso.
- E io risposi: - Signore, chiedo di soffrire molte pene per Voi e di essere disprezzato e tenuto per uomo da poco. Il Signore ha accettato la mia richiesta così che soffro a causa dei molti onori che mi si tributano senza che io li meriti".
Quello che parlò al Santo non fu un Crocifisso, come imprecisamente dice Francesco de Yepes, ma un quadro che si conserva ancora: un busto di Nostro Signore con la croce sulle spalle, dipinto su pelle. Si vede appena la faccia sofferente coronata di spine, ma colpisce la sua espressione triste, addolorata e affabile ad un tempo, con le labbra socchiuse, come se cessasse in questo momento di pronunziare le parole che fr. Giovanni sentì quel giorno mentre vi pregava davanti nella chiesa del Carmine di Segovia.
Ricevuta l'Estrema Unzione, che egli stesso ha chiesto, prende in mano un crocifisso e gli bacia i piedi ripetutamente, pronunziando giaculatorie o versetti della Scrittura.
Scoccano le dodici all'orologio della chiesa del Salvatore e fr. Francesco esce dalla cella dell'infermo per suonare Mattutino. "Che cosa suona? " domanda fr. Giovanni ai primi tocchi della campana. Quando gli dicono che suona a Mattutino, come se gli avessero dato il segnale della partenza, esclama tutto felice: "Gloria a Dio, che io andrò a cantarlo in cielo!". Accosta alle labbra il crocifisso che ha in mano, dice lentamente: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum" e spira.
Non ha avuto rantolo né contorsioni di agonia. La faccia bruna diventa bianca, trasparente di luminosità, e il corpo ricoperto di piaghe comincia a effondere un profumo di rose.
È il 14 dicembre del 1591.