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S. Margherita Maria Alacoque (1647-1690)

Autore:
Giacometti, Giulio - Sessa, Piero
Fonte:
Mimep-Docete ©
Fin da fanciulla è attirata verso le penitenze più dure.
L'Ecce Homo le è sempre presente.
Gesù flagellato la richiama da una vita giovanile mondana e superficiale alla vocazione religiosa visitandina e ad essere la confidente e la vittima del suo Sacro Cuore che si serve di lei per diffonderne la devozione.
Soffre il dolore della coronazione di spine e del peso della croce e partecipa alle amarezze del Cuore di Gesù per l'insensibilità dei cuori.
Non descrive i momenti della flagellazione e della coronazione di spine, ma contempla l'Ecce Homo soffrendo con lui.

Egli mi era sempre presente, sotto la figura del Crocifisso dell'Ecce Homo sotto il peso della croce; ciò imprimeva in me tanta compassione, tanto amore alla sofferenza, che tutte le mie pene mi diventarono leggere in paragone al desiderio che sentivo di soffrirne per conformarmi a Gesù sofferente.
La sera, quando lasciavo quelle maledette vanità di Satana, voglio dire quei vani abbigliamenti, strumenti della sua astuzia, il mio sovrano Maestro si presentava a me, come era durante la flagellazione, tutto sfigurato, e mi dava dei rimproveri strani: che le mie vanità l'avevano ridotto in quello stato, e che perdevo un tempo prezioso di cui mi avrebbe chiesto un conto rigoroso nell'ora della morte; che lo tradivo e lo perseguitavo, dopo che mi aveva dato tante prove del suo amore e del suo desiderio che io mi rendessi conforme a lui. Tutto ciò s'imprimeva così fortemente in me, e faceva sì dolorose ferite nel mio cuore, che io piangevo amaramente, e mi sarebbe ben difficile esprimere tutto ciò che soffrivo e ciò che accadeva in me.
Per natura ero portata all'amore del piacere e del divertimento. Non potevo più gustarne alcuno, ancorché spesso facessi il possibile per cercarne. La dolorosa figura che mi si presentava, quella del mio Salvatore flagellato, m'impediva di prendervi parte; mi faceva infatti il rimprovero che mi trafiggeva il cuore: "Vorresti questo piacere, e io che non ne ho mai avuto alcuno e mi sono abbandonato a ogni specie di amarezza, per amor tuo e per guadagnare il tuo cuore! E tuttavia tu vorresti ancora contendermelo!".
Una volta, accostandomi alla santa comunione, la santa ostia mi apparve splendente come un sole di cui potevo sopportare lo splendore: e, in mezzo, Nostro Signore, con una corona di spine in mano, me la mise in testa dicendomi poco dopo che l'avevo ricevuta: "Prendi, figlia mia, questa corona, in segno di quella che ti sarà presto data perché tu assomigli a me. Non capii allora che cosa volesse dire; ma lo seppi ben presto, dagli effetti che ne seguirono, per due terribili colpi che ricevetti sulla testa, in tal maniera che, dopo, mi sembrava di avere tutta la testa circondata di pungentissime spine, le cui dolorose punture finiranno con la vita. Ne rendo grazie infinite a Dio che fa grandi grazie alla sua misera vittima. Ma, ohimé! Come gli dico spesso, le vittime devono essere innocenti, e io sono una criminale. Lo confesso: mi sento più debitrice al mio Sovrano per questa corona preziosa, che se mi avesse regalati tutti i diademi dei più grandi monarchi della terra; tanto più che nessuno me la può togliere, e mi mette spesso nella fortunata necessità di vegliare e di conversare con l'unico oggetto del mio amore, non potendo appoggiare la testa sul cuscino, a imitazione del mio buon Maestro, che non poteva appoggiare la sua testa adorabile sul letto della croce.
Provavo gioie e consolazioni inconcepibili, quando trovavo qualche somiglianza con lui. Con quel dolore voleva che io chiedessi a Dio Padre, per i meriti delle sua incoronazione di spine, alla quale univo la mia, la conversione dei peccatori, e l'umiltà per quelle teste orgogliose, il cui inalberarsi gli era spiacevole e ingiurioso.
Un'altra volta, in tempo di carnevale, cioè cinque settimane prima del mercoledì delle ceneri, egli si presentò a me, dopo la santa comunione con l'aspetto dell'"Ecce homo" sotto il peso della Croce, coperto di ferite e di lividure. Il sangue adorabile scendeva da ogni parte ed egli diceva con voce dolorosamente triste: "Non ci sarà nessuno che abbia pietà di me e voglia compatire e prender parte al mio dolore nel pietoso stato in cui i peccatori mi mettono, soprattutto ora? ". Mi presentai a lui, mi prostrai ai sacri piedi, piangendo e gemendo; e presi sulle spalle quella pesante croce tutta irta di punte di chiodi.
Il mio Signore mi fece vedere un giorno, dopo la santa comunione, un'ispida corona composta di diciannove spine, pungentissime che gli bucavano il sacro capo: mi causò un così vivo dolore che non potevo parlargli che con lacrime. Mi disse che era venuto a trovarmi perché gli strappassi quelle dolorose spine che gli erano state conficcate così addentro da una sposa infedele "che mi trafigge il cervello di tante spine, quante volte, per orgoglio, si preferisce a me". Non sapevo come fare per toglierle; avevo quell'oggetto continuamente davanti agli occhi e ciò mi faceva molto soffrire. La Superiora mi disse di chiedere a Nostro Signore cosa dovevo fare per estrarle. Mi rispose che ciò sarebbe stato possibile con tanti atti di umiltà, per onorare le sue umiliazioni. Siccome io sono un'orgogliosa, pregai la Superiora di offrire a Nostro Signore le pratiche di umiltà della comunità, che egli gradì molto. Trascorsi cinque giorni, me ne fece vedere tre che gli avevano procurato un gran sollievo. Le altre restarono ancora per lungo tempo.
Un'altra volta, sentendomi presa da viva apprensione nell'avvicinarmi alla santa comunione, per il timore che avevo di disonorar il Salvatore - ma non avendo potuto ottenere il permesso di astenermene dalla superiora - mi avvicinai con un dolore così straordinario che tutto il mio corpo fremeva di apprensione come quella che il mio Salvatore stava per sentire in alcune anime che lo dovevano ricevere. Dopo la santa comunione egli si presentò a me come un "Ecce Homo" lacerato e sfigurato e mi disse: "Non ho trovato nessuno che abbia voluto darmi un luogo di riposo in questo stato sofferente e doloroso". Questa vista mi impresse un così vivo dolore che la morte sarebbe stata mille volte più dolce che vedere il Salvatore in quello stato. Egli mi disse: "Se tu sapessi chi mi ha ridotto in questo stato, il tuo dolore sarebbe molto più grande. Cinque anime consacrate al mio servizio mi hanno trattato così; perché sono stato tirato a forza di corde in luoghi molto angusti, irti da tutti i lati di punte di chiodi e di spine che mi hanno lacerato in questo modo".
Sentii un gran desiderio di conoscere la spiegazione di queste parole. Nostro Signore mi fece capire che la corda era la promessa che ci aveva fatta di darsi a noi; la forza era il suo amore; quei luoghi stretti erano i cuori maldisposti; quelle punte erano l'orgoglio. Io gli offrii il cuore che mi aveva dato perché vi riposasse.
Nei miei dolori si presentava a me appena avevo un momento disponibile dicendomi di baciare le sue ferite per addolcirne il dolore.
In un giorno di carnevale, dopo la santa comunione, lo sposo divino si presentò a me, sotto l'aspetto di un Ecce Homo, carico della croce, tutto coperto di piaghe e di lividure: il sangue adorabile grondava da tutte le parti. Con voce triste e dolorosa mi disse: 'Proprio nessuno avrà pietà di me; nessuno vorrà compatire e condividere il mio dolore nello stato pietoso in cui mi riducono i peccatori, soprattutto ora?' Prostrandomi ai sacri piedi, con lacrime e con gemiti, mi presentai a lui. Subito mi trovai caricata di una pesante croce, tutta irta di acutissimi chiodi. Sentendomi schiacciata sotto quel peso, cominciai a capire meglio la malizia del peccato: lo detestai tanto fortemente nel cuore che avrei voluto mille volte precipitarmi nell'inferno, piuttosto che commetterne uno volontariamente. Mi mostrò che non era sufficiente portare la croce, ma dovevo inchiodarmici insieme con lui, per tenergli fedele compagnia, partecipando ai dolori, ai disprezzi, agli obbrobri e agli altri indegni trattamenti. Mi abbandonai a tutto ciò che egli avrebbe voluto fare di me e in me, lasciandomi configgere sulla croce, secondo il suo desiderio: ciò egli fece per mezzo di una grave malattia, che mi fece soffrire le punte acuminate di cui quella croce era munita. Questo stato di sofferenza mi durava di solito per tutto il tempo del carnevale.