Legittimità e doverosità dell’astensione - 3
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Alcuni considerano la scelta dell’astensione illegittima, tuttavia si sbagliano per almeno 4 ragioni.
a) Dal punto di vista etico ogni cittadino è tenuto a contribuire al bene comune, a configurare una società moralmente buona. Abdicare a questo contributo è una forma di disimpegno grave. Questo dovere di produrre una società buona determina il dovere di votare se e quando col voto si può contribuire al bene comune; ma comporta altresì il dovere di non votare quando il proprio voto (quale che sia) rende una società più ingiusta.
Perciò, quando l’astensione dal voto è motivata, quando è frutto di una riflessione e di una ponderazione, e quando costituisce proprio il mezzo per configurare una società buona o meno ingiusta di quella che si determinerebbe votando, essa non rappresenta una forma di disimpegno e di abdicazione dalla propria responsabilità, bensì è proprio la scelta moralmente migliore, anzi doverosa se consente di evitare un aumento di ingiustizia.
Ora, dato che la maggior parte dei mezzi di comunicazione sta compiendo mistificazioni continue e sta ingannando gli italiani, è altamente probabile che in caso di raggiungimento del quorum prevarranno i nemici della vita, gli assassini degli embrioni, i sacerdoti della giungla procreativa; mentre se il quorum non sarà raggiunto rimarrà in vigore la legge 40. Pertanto, al prossimo referendum l’astensione è il mezzo per evitare il ritorno alla situazione precedente alla legge 40, quando era possibile fare le cose più ignobili in materia procreativa: dunque l’astensione è la scelta moralmente migliore. Anzi, è una scelta doverosa, perché chi andrà a votare contribuirà con il suo voto (quale che sia) a ripristinare delle pratiche gravemente ingiuste (l’assassinio degli embrioni, la riduzione dell’embrione a cosa, la fabbricazione di figli orfani dalla nascita, di bambini che hanno un consistente possibilità di avere gravissime malattie, ecc). Facciamo un esempio: siamo in Germania e c’è un referendum che vuole reintrodurre in Germania il nazismo. Gli orientamenti di voto fanno prevedere che in caso di raggiungimento del quorum prevarranno i sostenitori del nazismo, che potranno dunque reintrodurlo, mentre se il quorum non sarà raggiunto il referendum fallirà e la Germania non ripiomberà nel nazismo: è chiaro che, in questa situazione, chi va votare, quale che sia il suo voto, provoca la rinascita del nazismo, perché contribuisce al raggiungimento del quorum. Dunque chi va a votare commette una colpa morale gravissima, perché contribuisce al ritorno del nazismo. Questo esempio ci consente di vedere che ci possono essere delle occasioni in cui l’astensione è doverosa. Ebbene, una situazione analoga si configura oggi in Italia in occasione del referendum sulla fivet: chi va a votare commette una colpa gravissima, perché provoca il ritorno ad una società dove vengono perpetrate tutte le cose che abbiamo visto nei 15 punti precedenti. Inoltre, il paragone col nazismo non è tanto fuori luogo, visto che la fivet comporta un olocausto gigantesco di embrioni (al posto dell’olocausto degli ebrei) e visto che gli esperimenti su cavie umane e la selezione eugenetica delle persone (con la fivet gli embrioni fabbricati vengono scartati se non sono di “buona qualità”, si può scegliere se fabbricare un figlio biondo o bruno, alto o basso, ecc.) erano proprio pratiche naziste.
b) Non ha senso l’appello al popolo mediante un referendum su tematiche tecnicamente complesse e che richiedono una speciale competenza, come nel caso della fivet, della ricerca sulla cellule staminali, del ricorso alla diagnosi prenatale, ecc.
Oltretutto in questa campagna referendaria i cittadini non sono aiutati a formarsi un giudizio, perché essa non si svolge ad armi pari, visto che la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione ha scelto di non articolare un dibattito, bensì di dare voce quasi ad un monologo, cioè ha scelto di far parlare solo i sostenitori della fivet. E, nei pochi dibattiti che ci sono, l’arbitro è quasi sempre partigiano.
c) Nel caso specifico, inoltre, questi referendum chiedono di votare «sì» all’abrogazione della legge 40. Il che significa che chi vota «no» vota contro l’abrogazione della legge, cioè esprime il suo apprezzamento per la legge. Ora, è vero che questa legge vieta molte pratiche eticamente inaccettabili, ma, come abbiamo già detto, ne consente tuttavia ancora alcune che sono immorali (cfr. punto 15). Pertanto, votare «no» equivale ad esprimere la volontà di mantenere una legge che invece esige dei miglioramenti.
Qualcuno, al riguardo, dice che bisognerebbe votare per abrogare la legge, proprio perché si tratta di una legge che consente pratiche sbagliate; ma in questa situazione politica è pura utopia sperare che l’abrogazione della legge 40 consenta oggi di emanare una nuova legge che sia migliore. Inoltre, poiché i quesiti referendari sono stati proposti da coloro che vogliono la totale assenza di qualsivoglia limite, che avversano ferocemente qualsiasi limitazione delle pratiche di uccisione degli embrioni, di fivet, clonazione, sperimentazione sugli embrioni, ecc., cioè da coloro che non vogliono per nulla il miglioramento della legge, una maggioranza di «no» sarebbe una manifestazione di consenso verso coloro che non vogliono nessuna legge sulle tecniche di fivet, clonazione, ecc., verso coloro che hanno proposto il referendum proprio con questo scopo.
Tra l’altro, se il quorum verrà raggiunto, che prevalgano i «sì» o i «no» non fa differenza, i promotori del referendum riceveranno dallo Stato, cioè dal contribuente, cioè da tutti noi, una somma di circa due miliardi delle vecchie lire, come rimborso-compenso per aver mobilitato il 50 % + 1 degli aventi diritto. E, poiché nei comitati promotori dei referendum ci sono molti politici che già ricevono vari rimborsi elettorali, non è da escludere che essi siano pronti a rinunciare a favore dei radicali, i quali, non avendo parlamentari, non ricevono questi rimborsi. Chi vota al referendum provocherà anche questo introito in favore dei referendari.
d) È vero che l’art. 48 della Costituzione precisa che l’esercizio del diritto di voto è un dovere civico, ma questo articolo non si riferisce anche ai referendum abrogativi, che sono disciplinati dall’art. 75, il quale fissa un doppio quorum per un referendum, nel senso che la proposta soggetta a referendum è approvata «se è raggiunta la maggioranza dei voti, ma a condizione che abbia partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto». Dunque è proprio la Costituzione ad ammettere che l’elettore possa legittimamente non partecipare alla votazione: votare al referendum non è un dovere, visto che lo stesso legislatore ha fissato un quorum. Altrimenti vorrebbe dire che la Costituzione autorizza un comportamento che pur considera inaccettabile.
Del resto, anche se la Costituzione considerasse un dovere morale votare alle consultazioni referendarie, non bisognerebbe dimenticare che la Costituzione, per quanto autorevole, non è infallibile e dunque può contenere concezioni morali sbagliate. Per es. nella storia molte Costituzioni hanno negato i più basilari diritti umani. Perciò, anche se la Costituzione biasimasse l’astensione, questo fatto non potrebbe prevalere sulle ragioni esposte ai punti a), b) e c).