Organizzare il dissenso
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La sonora sconfitta del referendum sulla fecondazione assistita ha segnato, dopo decenni, il primo vero e significativo colpo d’arresto del dominio scientista. La cocente débàcle registrata ha portato alla luce un vasto dissenso proprio all’interno dello schieramento laico e di sinistra. Dalle pagine del Foglio sabato 2 luglio, è stata lanciata una domanda ed una provocazione che meriterebbe di essere accolta nella sua interezza. Come si organizza la resistenza culturale al pensiero unico scientista, ora che l’eccitazione della battaglia andrà inevitabilmente scemando? Come all’editorialista del Foglio, anche a noi appare chiaro che la cultura dominante non sia cambiata, esiste piuttosto una minoranza consapevole, che resta minoranza, e che ha davanti a sé l’opportunità di intercettare una benedetta o maledetta, dipende dai punti di vista, confusione, attesa, perplessità sociale rispetto a un’idea di libertà astratta che chiede diritti crescenti. Come è possibile, dunque, organizzare la resistenza culturale al pensiero scientista? Dice Nicoletta Thiliacos, femminista e giornalista: «Innanzi tutto è necessario porre su due differenti piani scienza e scientismo, quest’ultimo va sconfitto in quanto contiene in sé una sorta di autoritarismo. Organizzare la resistenza è un’opera che può essere affrontata continuando ad alimentare una battaglia culturale d’informazione. È fondamentale perché è l’unica maniera per favorire l’esercizio del senso critico e della consapevolezza umana. Solo l’autocomprensione di genere può favorire la fuoriuscita da questo ‘non’ pensiero unico che pretende di affermare la scienza come perfetta». In merito alla questione del dissenso laico, Tiliacos non crede neppure che si possa parlare di dissenso: «Le ragioni che mi hanno portato all’astensione provengono dalla tradizione e dalla cultura femminista». La stessa impostazione, mantenendo le dovute differenze, è stata espressa da Carlo Ripa di Meana, il quale ha sostenuto l’astensione e la difesa della legge 40 non certo da una posizione confessionale ma mantenendo fede a una logica ecologista che non può esimersi dal riconoscere un senso del limite nell’ingerenza della scienza nella vita dell’uomo.
Roccella: ecco la cultura zapatera
A pensare che il dissenso laico potrà svolgere un ruolo molto importante è il docente di Matematica e penna sempre del Foglio, Giorgio Israel «perché è fondamentale poter aprire ai massimi livelli questo dibattito. Lo spazio di discussione è ampissimo. Per non rischiare che questa vittoria si vanifichi in un fatto episodico è necessario allargare il discorso, indagare il rapporto etica-scienza, scienza-tecnologia e modernità-etica. È evidente che il pensiero dominante è rimasto quello ante referendum, non possiamo scordarci che l’egemonia culturale è ancora in mano ai soliti giornali e ai soliti mezzi di comunicazione di massa. Per organizzare la resistenza culturale è indispensabile pensare anche ad una diffusione scientifica non scientista».
«La sconfitta del referendum - secondo Eugenia Roccella, giornalista e saggista, ex segretaria del Movimento di liberazione della donna - ha costruito un argine al relativismo e il fatto che sia stata l’Italia ad aver provocato questo stop è un dato molto importante e significativo. Per continuare a dare linfa alla battaglia è necessario guardare oltre i confini internazionali. La cultura ‘zapatera’ non viene dal nulla ma è figlia delle politiche Onu e dell’Unione Europea. Purtroppo ci interessiamo sempre poco di politica internazionale e quando lo facciamo ci soffermiamo sugli aspetti meramente ideologici. Dobbiamo sapere, invece, che si spendono anche molti soldi per modificare trattati e normative che a prima vista appaiono solo come semplici questioni lessicali. Nell’ambito Onu ad esempio sono stati cancellati riferimenti come maternità e paternità per essere sostituiti da un’astratta terminologia che ci parla di ‘genere’. Ma ‘genere’ non è un termine neutro, si rifà a tutte le culture filosofiche postmoderne relativiste. Credo quindi che sia inutile adesso focalizzarsi sulla 194, che in Italia, diversamente da altri paesi come la Francia, funziona bene. La priorità, a mio avviso, è quella di concentrare l’attenzione sulle mosse dell’Onu e sulle scadenze internazionali. Se rinunciamo a questo impegno rischiamo di ritrovarci, senza saperlo, con modifiche sostanziali che poi faticheremo a contrastare».
Radicalizzazione sinistra
Nel campo progressista, la sconfitta sembra apparentemente non avere provocato sconquassi nell’élites politiche, ma una rottura profonda si è registrata con il cosiddetto popolo di sinistra non facilmente liquidabile come la vittoria della democrazia degli ignoranti. Per Pietro Barcellona, ex deputato del Pci, ora docente di Filosofia del diritto alla facoltà di Giurisprudenza di Catania «la democrazia va sempre rispettata, anche quando, come in questo caso, si esprime attraverso l’astensione. Non si possono giudicare gli elettori. La campagna referendaria che è stata messa in campo non ha certo favorito la partecipazione. Da una parte all’altra si è giocato tutto come se se si stesse andando a una crociata. Nel sud, sicuramente questo tema non è stato percepito per l’importanza che aveva. I disagiati, chi ha problemi reali di sopravvivenza non ha compreso questa battaglia della sinistra». Come hanno detto in molti, quindi, è stato un errore seguire l’ondata radicale da parte delle forze organizzate dell’Unione? «Sicuramente sì. Come dice Di Pietro, la sinistra con i radicali non c’azzecca nulla. Ho trovato già assurdo pensare di votare sull’embrione, ma trovo del tutto insensato pensare ad una concezione della vita ‘tecnologica’, guidata dalla ‘meccanica’. Bisogna rendersi conto che i brevetti sulla vita saranno il nuovo petrolio del millennio e quindi non possiamo limitarci a discutere della libertà di avere un figlio, prescindendo da tutto. È necessario comprendere i limiti. La sinistra non ha voluto fare una discussione in questo senso, perché è un dibattito difficile, ma l’abbraccio con Pannella è un atto perdente e dissennato».