Condividi:

Perché mi batto per il fallimento del referendum

Autore:
Bertoldi, Francesco
Fonte:
http://www.culturacristiana.net
Due antropologie a confronto

In sintesi, provo a condensare perché mi batto per il fallimento del referendum del 12 giugno 2005.

Si confrontano due antropologie.

L’una accetta il limite dell’uomo, l’altra no.
“Accetta” non vuol dire “vuole”: nessun masochismo, nessun compiacimento doloristico. Ma il limite c’è.
Ci sono i limiti (fisici, psichici, morali), alcuni superabili (sempre a partire da una iniziale accettazione/presa d’atto), altri no; ci sono i limiti, e c’è il limite, the big one, la morte.
Assolutamente insuperabile.

Una antropologia accetta il limite, l’altra no.
Ma siccome il limite c’è, una antropologia è realistica, l’altra no.
Una accetta la realtà, l’altra no.
L’una accetta che la realtà sia come è, l’altra no.
L’una accetta la realtà come bella e insidiata dalla imperfezione e dalla imprevedibilità, l’altra vorrebbe una realtà che fosse senza imperfezione e senza imprevedibilità.
L’una accetta la carne e il sangue della realtà, l’altra vorrebbe una realtà plastificata, un grande meccanismo dove tutto è perfettamente oliato e gli ingranaggi girano alla perfezione.
Nella prima c’è spazio per il dono e per la gratitudine, nella secondo tutto è dovuto.
Nella prima c’è il calore del dono, il sorriso per il non dovuto, nella seconda c’è la fredda esattorialità di chi calcola ed esige, “senza ridere, né piangere” (Spinoza) mai.

Si confrontano due antropologie.
L’una accetta il limite dell’uomo, l’altra no.
Ma poiché il limite c’è, l’una è vera, e l’altra è falsa.

Si confrontano due antropologie.
L’una accetta il limite dell’uomo, l’altra no.
Quella falsa pretende di censurare qualcosa che esiste: non vuole prendere in considerazione la morte, il limite grande e ultimo. E allora decide di eliminare tutto ciò che la richiama al limite grande, cioè i tanti limiti minori. Ha deciso di bandire quelle imperfezioni, quei limiti, che le fanno pensare alla grande imperfezione, al grande limite che è la morte.

Ma le bugie hanno le gambe corte: nessuno può sfuggire alla morte.

Chi mente sulla verità dell’uomo rovina se stesso, e lo vedrà bene nell’estremo momento, anzi lo vede già adesso, nelle tante piccole morti, nei tanti inevitabili limiti di cui la vita è costellata.
Ma non rovina solo se stesso, contribuisce ad avvelenare la vita anche degli altri. Perchè non accetta la realtà così come è, non accetta gli altri così come sono.

Il prevalere di questa falsa antropologia, che vorrebbe una realtà plastificata e depurata dall’imperfezione, rende la convivenza infernale, perchè rende condizionata la reciproca accettazione (ti accetto se..., se corrispondi ai criteri che io fisso, non “ti accetto perché ci sei”, ma “solo se sei come dico io”).
Stiamo bene solo con chi ci accetta incondizionatamente. Più vengono poste condizioni, peggio si sta. Fino arrivare all’inferno del nazismo e dei totalitarismi, che eliminavano fisicamente chi non corrispondeva alle condizioni che loro fissavano (essere perfetti ariani o perfetti rivoluzionari).

Eritis sicut dii. “Mira ad essere come Dio”, suggerì la Menzogna ai Progenitori. “Come Dio”, cioè senza imperfezione. E’ un tuo diritto, lo puoi, prendi e mangia. E’ tuo possesso, tua proprietà, tuo diritto.
Da lì la morte e il disastro.
“Come Dio”, è il Mistero stesso che ci vuole far diventare, ma non come arroganza di una pretesa, ma come dono imprevedibile.

E’ umano e giusto desiderare la perfezione, la totalità: il Mistero ce la offre come dono. Alle Sue condizioni. La Menzogna ce la prospetta come diritto, come una cosa da prendere. Alle nostre condizioni, a nostro arrogante e imperioso arbitrio.

Ci sono due antropologie (che poi sono anche due metafisiche): l’una accetta con umiltà che la realtà sia come è, sapendo che “le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria che si manifesterà”, fiduciosa che il Mistero infinito è più forte del limite e che il limite, che c’è e va accettato, non ha l’ultima parola; l’altra con superbia vorrebbe tutto subito, come qualcosa di esigibile, dispera che il limite abbia un qualche senso.

Ci sono due antropologie (che poi sono anche due metafisiche):
apparentemente l’una è pessimista, sembra che accettando il limite impoverisca la vita, apparentemente l’altra è ottimistica, sembra che voglia una vita senza sofferenza dunque ricca e bella. In realtà l’una, accettando il limite, ottiene, e già in questa vita, una letizia e una pienezza umana, che viene dal non censurare niente; l’altra, censurando il limite, è disperata e coltiva un sogno che non può che finire nel nulla.

Ci sono due antropologie (che poi sono anche due metafisiche): l’una è quella di Gesù, che ha accettato la Croce per arrivare alla Resurrezione, l’altra è quella di Lucifero, che volendo strappare a Dio la perfezione totale è finito nella imperfezione totale, volendo strappare a Dio come suo diritto la gioia è finito nell’abisso della massima infelicità eterna.

E, se uno non ha chiaro questo, almeno dia retta alla Chiesa. Che ha dei pastori, posti lì da Cristo stesso.