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Sono convinto che l’embrione è un essere umano

Autore:
Pittalis, Edoardo
Fonte:
Il Gazzettino - domenica 5 giugno 2005
Intervista al Patriarca Angelo Scola

Patriarca, parliamo subito di referendum…
«Il referendum abrogativo dovrebbe essere impiegato con maggior cautela. Soprattutto non si presta per problemi come questi che possiedono un risvolto epocale. Non dico che 500.000 firme raccolte non siano un fenomeno significativo. Dico che rispetto alla delicatezza e al peso della posta in gioco, lo strumento-referendum abrogativo introduce una grave semplificazione là dove c'è invece bisogno di una meditata ed accurata maturazione. Per questo lo ritengo una espressione di democrazia un po' formalistica. In ogni caso posso dimostrare il mio convinto impegno democratico con la scelta di non andare a votare».
L'astensione è legittima nel referendum, ma puntare sull'astensione ha un senso?
«È la proposta che facciamo, insieme a tanti laici, spiegando le ragioni della nostra scelta: l'invito a non andare a votare è un impegno di democrazia sostanziale. Nessuno può negare che sia così. Intendiamo sostenere un dato di esperienza elementare: io sono oggi questo uomo perché sono stato quell'unico, irripetibile embrione».
Qualcuno ha avanzato l'ipotesi che se per caso nella giornata di domenica si dovesse raggiungere il quorum, tutte queste astensioni potrebbero trasformarsi in un No.
«Lo escludo. Non andare a votare per noi è una scelta qualificata, non una furba tattica».
Non le pare che il testo del referendum sia confuso?
«Non oserei definirlo confuso, certo è molto complicato. A conferma di quanto dicevo all'inizio. Ridurre tutto ad una scheda in cui barrare dei "Sì" o dei "No", accanto a una fila di quesiti di non facile comprensione su di una materia epocale, a me pare un'inaccettabile e rozza semplificazione».
Lei considera l'embrione già una persona?
«Sono convinto che l'embrione, fin dal concepimento, è un essere umano che possiede una dimensione personale. L'embrione è un "evento" incontrovertibile, un "dato di fatto" innegabile di fronte al quale nessuna libertà deve avere potere di vita e di morte. La vita va ricevuta. L'alternativa a questo è l'uomo che crede di essere Dio. Anzi, peggio, il "fabbricatore della vita umana" è "un uomo che si finge Dio". Questo non è usare toni apocalittici, questo è realismo. Del resto alcuni scenari che si stanno delineando giustificano fino in fondo la mia preoccupazione. Con la clonazione umana, anche quella cosiddetta terapeutica, quale garanzia abbiamo che prima o poi non si arrivi ad una "volontà di potenza" dell'uomo sull'uomo che finisca per causare tragiche sofferenze ed orrori?»
Qualcuno sospetta che dietro questa battaglia ci sia la volontà di rimettere in discussione la legge sull'aborto.
«L'aborto è inaccettabile, è un male intrinseco. È doveroso impegnarsi sempre e con forza contro l'aborto. Per questo è doveroso promuovere e difendere la vita umana dal concepimento al suo termine naturale. Questo è il senso dell'invito a non andare a votare nell'imminente referendum. Non c'è alcun retroscena».
Gli stessi cattolici sono divisi su questo referendum.
«Di quelli che vanno a votare "No", temo che siano ingenui. Non voglio usare altri aggettivi. A tutti i cattolici ricordo che occorre riflettere sul significato della comune appartenenza alla Chiesa. Per i seguaci di Cristo è imprescindibile quello che con una potentissima formula San Paolo definisce "avere in sé il pensiero di Cristo". Lo si matura - è sempre San Paolo che parla - "vagliando ogni cosa e trattenendo ciò che è buono". Questo esige un confronto all'interno della comunità cristiana. Libertà di coscienza non significa pretesa di produrre la verità, ma implica questo appassionato confronto nella ricerca della verità che per i cattolici giunge fino all'ascolto della parola dei pastori».
Cos'è il laicato cattolico?
«Penso che il laicato cattolico rappresenti oggi una grande risorsa anzitutto per la Chiesa. Nelle sue forme associate sta dando, proprio in questa occasione, una prova di vitalità inedita. Praticamente tutte le principali realtà aggregative cattoliche si sono unite dal basso. Non è certo stato l'intervento dei vescovi a produrre la loro iniziativa unitaria. Così si vede che nella Chiesa tutti i fedeli sono un soggetto creativo, dal Papa al più piccolo dei battezzati». «Sono convinto che il loro sia un contributo decisivo all'edificazione di quella vita buona, plurale e rispettosa, di cui il nostro Paese ha estremo bisogno«.
La tentazione di Faust?
«È quella di sostituirsi a Dio, ma è forse più giusto dire: di fingersi Dio. Si capisce bene da dove viene questa tentazione: viene dalla tensione che la nostra libertà vive tra il desiderio di infinito ed il suo limite costitutivo. Basta riflettere su quel che ci succede ogni mattina dopo la strana parentesi del sonno, finché l'altro non ci viene incontro. La tentazione per ognuno di noi è sempre quella di afferrare la realtà come se fossimo i padroni di tutto. Ma la tentazione di Faust è ben più radicale. Faust vuole provare l'ebbrezza di produrre l'uomo, come dice il filosofo tedesco Jongen, di trattare l'uomo come "il suo proprio esperimento". Fermiamoci a riflettere, perché più è alto il luogo da cui si cade e più ci si fa male».
La ricerca deve avere limiti?
«Su questa questione circolano molti equivoci. La ricerca anzitutto è una pratica che utilizza scienze, tecnica e tecnologie. C'è una bella differenza tra la scienza, la tecnica e le tecnologie. Gli scienziati stessi sono i primi a rinunciare a determinate tecnologie di ricerca per i più svariati motivi. Spesso per motivi economici. Soprattutto, non esiste la "scienza" in astratto. Non è l'"uomo" in astratto a camminare per strada. Camminano Paolo, Giuseppina, Giovanni... Così lo scienziato è un uomo come tutti noi. Un uomo che vive, che soffre, che lotta, che ama, che ha il problema di educare i figli, che sa come viene al mondo un altro uomo da millenni».
«Se noi ragioniamo in astratto e parliamo in teoria di limiti della scienza diamo un'idea fastidiosa. Forse che la filosofia o la teologia vogliono limiti a priori? Invece, ragioniamo in concreto: se io scienziato sono un uomo che partecipa al consesso umano con realismo, arrivo a capire dove l'oggetto della mia ricerca deve andare e dove non deve andare. E mi sentirò aiutato, non limitato, nel tracciare questa strada dal sistema condiviso di regole che sono alla base della convivenza sociale. Questo non è contro la libertà di nessuno. Uomini di convinzioni ideologiche radicalmente opposte nell'epoca terribile della guerra fredda hanno saputo trovare regole per evitare l'indiscriminata proliferazione dell'atomica».
Lei precisa sempre che parla da pastore, non da scienziato, non da politico...
«È vero!».
Che differenza c'è?
«Il popolo dei cristiani è un popolo che fonde in sé tanti popoli. Come diceva Paolo VI la Chiesa è, in un certo senso, "una etnia sui generis". Per giunta io - e lo dico sempre con molto orgoglio - sono un popolano, figlio di una casalinga e di un camionista, socialista massimalista, che col DNA mi hanno trasmesso il senso del popolo: sono perfettamente a mio agio quando vado in parrocchia e sto con la gente! Mi trovo bene e cerco sempre di partire dall'esperienza elementare del popolo. Ovviamente non allo stesso modo di un politico. Un pastore è uno che, al di là dei suoi difetti, spende le sue energie per annunciare quella possibilità di pienezza di vita per il popolo che è seguire Cristo nella società di oggi».
Ha ancora un senso parlare di popolo?
«Certamente. Il popolo è l'arbitro della democrazia. Una delle ragioni per cui le democrazie del Nord opulento del pianeta sono in crisi è il formalismo in cui sono cadute. Detto in altri termini, soprattutto in Europa sembriamo incapaci di realizzare democrazie sostanziali, cioè in grado di valorizzare concretamente ogni persona. Come si fa a promuovere il singolo? Se si è appassionati di una società civile articolata in corpi intermedi che nascono spontaneamente nelle mille sfere della vita civile - dalla famiglia ai partiti, ai sindacati, al volontariato, all'associazionismo nel mondo del no-profit, della cultura, dell'arte, dalla cura dell'ambiente. Attraverso i corpi intermedi è il popolo ad esprimersi gratuitamente». «Quando esiste una società civile vitale al cui servizio devono concepirsi le autorità costituite, allora si può parlare di democrazia sostanziale. Il Parlamento è espressione suprema di questo organismo vitale. Questo referendum abrogativo, se non altro per la fretta con cui è stato proposto, misconosce di fatto il peso del Parlamento. Limita gravemente la democrazia sostanziale nel nostro paese».
Ma è solo un problema del Nord della Terra?
«Purtroppo no. Esiste la tragica oppressione che ancora schiaccia molti popoli del Sud del pianeta dove spesso non c'è traccia neppure della democrazia formale, il che è un grande disastro; ma occorre alzare la guardia perché spesso non sono né valorizzati né rispettati popoli del Nord del pianeta a cui vengono appunto propinate leggi astratte e formalistiche, dove sopravvive una democrazia spesso troppo fragile e formale dominata dalle opinioni. E le opinioni, alla fine, sono sempre determinate dai poteri forti».
Si può esportare questa democrazia?
«Si può senz'altro testimoniare. Che cosa significhi democrazia lo si può mostrare, favorendo l'incontro tra la gente. Basti vedere lo spettacolo di cui spesso io sono testimone nelle nostre parrocchie. Con semplicità e naturalezza la nostra gente si apre a chi arriva da fuori: lì si fa l'unità, si vede quel che io chiamo un "meticciato di civiltà". Un processo nel quale noi siamo immersi e che il nostro popolo sta realizzando».
«La Chiesa è proprio un popolo che attraversa la storia. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato della Chiesa come popolo di Dio. Non dimentichiamoci che nella Chiesa cattolica si dice che il popolo di Dio è infallibile in credendo».
Torniamo al referendum: qualcuno sostiene che l'intervento della Chiesa possa essere considerato contro le donne.
«Questa è una falsità che mi addolora moltissimo. È vero l'esatto contrario. Sono fortemente convinto che la Chiesa vuol valorizzare quello che Giovanni Paolo II, con una bella espressione, chiamava "il genio femminile". Non soltanto il rispetto dell'assoluta pari dignità personale della donna, ma la comprensione della sua inconfondibile singolarità e del suo grande valore».
«Io ho una mia tesi in proposito. L'Occidente cristiano ha smarrito la familiarità con alcune delle verità costitutive del proprio DNA. Non essendo più capace di pensare la Trinità in cui vive la differenza più radicale nella perfetta identità, non sa più pensare nessun tipo di differenza. La differenza oggi fa paura, compresa quella tra maschile e femminile. Invece è solo pensando in profondità la differenza sessuale che si può superare ogni discriminazione delle donne».
Giovanni Paolo I ha detto "Dio è donna".
«Parlava del "volto materno" di Dio. Con questa delicata immagine voleva far capire che in Dio paternità e maternità finiscono per coincidere. Dio è puro spirito. Nella Trinità il Padre genera il Figlio da sé solo, ma Egli è appunto Dio; mentre noi per procreare abbiamo bisogno dell'atto stupendo di "conoscenza reciproca" che è l'una caro tra l'uomo e la donna. Questo è l'unico atto di amore proporzionato alla procreazione di un figlio».
«Non si può non sentire la differenza tra il figlio come "evento" e come "dono" e il figlio come "manufatto", come "prodotto". Nel verbo pro-creare "pro" significa oltre. Eva, subito dopo la nascita del suo primogenito, esclama: "Ho ricevuto un figlio da Dio". Che fine fa - di fronte a un prodotto tecnico di laboratorio - la sorpresa commossa che ogni padre e ogni madre sperimentano davanti all'evento del figlio?».
Ma c'è chi non può ricevere questo dono e ha diritto di cercarlo.
«Ben venga tutto quanto la scienza può offrire per assecondare il compimento di questo desiderio senza sostituirsi all'atto coniugale. Il dolore e la prova causati - lo dico con timore e tremore - da una impossibilità ultima a procreare, fanno parte della modalità con cui concretamente si attua il desiderio. Claudel diceva che la vita umana in parti uguali di gioie e di dolori è fatta. C'è un aspetto di prova ineliminabile dalla vita che non può essere vissuto come una maledizione. Tra l'altro penso alla chiamata che indegnamente ho ricevuto, per cui ho scelto il celibato. Io non sarei padre?»
«Dobbiamo imparare ad affrontare anche la morte in questi termini. Un conto è assecondare l'atto coniugale per concepire e speriamo che la scienza abbia ulteriori sviluppi. Altra cosa è sostituire l'atto coniugale con un atto tecnico. Non si deve farlo».
Ma questa posizione può essere fraintesa, sino a diventare una guerra alla cultura?
«Al contrario, penso che il cristianesimo abbia oggi grandi carte per farsi capire dall'uomo contemporaneo. L'uomo di oggi è molto diverso da quello ingabbiato dalle utopie del secolo scorso. Direi che è più libero, anche se in pieno travaglio. Ma per l'uomo dopo il 1989 io preferisco parlare di travaglio e non di crisi. Perché nel travaglio, pur doloroso, già si intravede il frutto. Credo che da questo punto di vista la posizione cristiana sia particolarmente adatta al paragone con il pensiero contemporaneo. Deve attuarlo a tutto campo. Il cristianesimo può interpretare le istanze profonde dell'uomo di oggi senza cadere nel relativismo. Si può tenere conto del grande desiderio di felicità e libertà dell'uomo proprio accettando la natura personale e vivente che la Verità assoluta ha assunto in Gesù Cristo. Gesù ha rispettato a tal punto la libertà dell'uomo da farsi crocifiggere per la sua felicità».
Il relativismo di cui parla Benedetto XVI?
«Noi non opponiamo una teoria ad altre teorie, ma cerchiamo di testimoniare umilmente, per quanto siamo capaci, sulla scia di Gesù, che Egli è la verità, la verità vivente e personale. Lo ha detto Lui: "Io sono la via, la verità e la vita". La parola relativismo non è utilizzata per demonizzare qualcuno, né per evitare un confronto. Il cristiano vuole semplicemente dire all'uomo di oggi: prova a guardare in faccia alla proposta che Cristo ti fa. Gesù dice: Se vuoi essere compiuto, se vuoi essere libero davvero, vieni e seguimi. Il cristiano è uno che rende credibile nell'oggi questo».
Hanno detto che dopo la Caduta del Muro l'uomo moderno non è più lo stesso. Il cardinale Martini sostiene che non contro il relativismo bisogna lottare, ma contro il nichilismo.
«Del relativismo ho già detto. Quanto al nichilismo è una tentazione sempre risorgente nell'uomo di ogni tempo. Non per nulla qualcuno ha detto che la differenza tra il grande mistico e il nichilista corre sul filo del rasoio. L'attrattiva del nulla è feroce e fortissima. Basta vedere l'angoscia che talvolta ci prende davanti alla percezione dell'implacabile scorrere del tempo. L'inesorabilità del tempo come durata sembra spalancarci sul baratro del nulla. E se uno resta sospeso a questo, come dice Montale nella sua famosa poesia Forse un mattino ("volgendomi vedrò il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco"), uno precipita nel nichilismo». «Però anche di fronte a questo senso di vertigine non possiamo negare che è dominante un dato: l'essere c'è e non viene ultimamente meno. La realtà ostinatamente resiste. È un positivo. Semplicemente si tratta di assecondare questa percezione del positivo. Il fatto che l'essere è buono. Come il sorriso attraverso cui una madre dice al suo bambino: "È bello che tu sia". Rispondendo, a sua volta, con un sorriso il bambino si lascia andare. Ed entra nella vita. Il nichilismo si combatte testimoniando il positivo che la vita è. Per questo, quando è in gioco la vita di un essere umano, non vogliamo che l'artificio abbia il sopravvento sull'avvenimento e che il prodotto, il manufatto, abbia il sopravvento sul dono».
C'entra la fede?
«C'entra, ma non necessariamente né immediatamente nel senso cristiano della parola. E neanche solo nel senso banale della pur ovvia "credenza": noi stiamo qui tranquilli a discutere in questa sala fidandoci che il soffitto non crollerà. Ma la fede in senso stretto è molto di più di questo. È la punta più acuminata della ragione. Afferro un bicchiere e, così facendo, faccio fede all'essere che questo banale bicchiere mi svela. Ogni banale umano atto di conoscenza implica fede. È l'esperienza quotidiana di ogni uomo. La fede in Cristo poi è il dono straordinario di poter intravedere dietro ogni cosa il volto amoroso del Padre».
Ritorniamo al referendum: l'intervento del Papa?
«Con delicatezza il Santo Padre ha voluto accompagnare l'indicazione dei vescovi. Anche in questo si vede lo stile di Benedetto XVI. Negli eventi straordinari di aprile è apparso il miracolo della Chiesa. La Chiesa è come un grande tronco, la cui corteccia può presentare nodi, spaccature, ma è vitale. Su questo grande tronco spuntano sempre germogli nuovi. Uno dei fattori che assicurano la vitalità della Chiesa è la figura del successore di Pietro. Una cosa imponente nella sua oggettività». «Il Papa, in quanto successore di Pietro, è per noi un segno potente prima ancora, e indipendentemente, dalla personalità di chi è chiamato ad assumere questo compito. Ma credo che Benedetto XVI stia già mostrando, tra le altre cose, a tutti i cristiani e, attraverso i cristiani, a tutta l'umanità, con particolare forza sintetica la potenza creativa del versatile e poliedrico pontificato di Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha un'acuta coscienza di appartenere al popolo di Dio. Joseph Ratzinger è un figlio del grande popolo cattolico bavarese. Ha un senso di popolo assolutamente straordinario, una "geniale umiltà" che gli permette di interpretare, in maniera personale e creativa, il difficile ed oggettivo ministero petrino».